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War-network: la grande strategia geomediatica Usa
post pubblicato in Primo Piano, il 17 maggio 2012
di Ettore de Maris

Barak Obama, con il discorso pronunciato il 4 giugno 2009 al Cairo, all'università di Al-Ahar, lanciò la nuova crociata americana verso lo scacchiere mediorientale, evocando una precisa strategia per il mondo arabo-musulmano.

La scelta del millenario più importante centro d'insegnamento dell'islam sunnita e del messaggio politico rivolto ai Fratelli Musulmani hanno dato il via al più ambizioso disegno di Washington del secolo: l'inizio di una nuova era volta a scalzare l'antiamericanismo di cui le masse arabe erano profondamente intrise e a tessere l'improbabile saldatura tra islam e modernità nel tentativo di coniugare tradizione e progresso, sollecitando le leadership arabe ad aprirsi ad un concreto processo democratico guardando al modello turco di Erdogan.

La tentazione americana incentrata su un forte messaggio di valori e criteri politici quali libertà di pensiero, stato di diritto, trasparenza e impegno responsabile di governo nei confronti dei cittadini, ha scardinato i sistemi e le istituzioni del mondo arabo, mettendo in crisi i modelli appoggiati dagli stessi Stati Uniti per decenni, consentendo l'epocale stagione della "primavera araba".

Ma con quali strumenti in concreto si sarebbe determinato il cambiamento? Gli Stati Uniti avevano pensato anche a questo. Il rischio di una recrudescenza del fondamentalismo era ed è tuttora vivo, poichè la Fratellanza, "leva trasversale" con cui scardinare tutti i regimi dal Nord Africa al Medio Oriente (sino ad arrivare al grande nemico iraniano), potrebbe utilizzare l'apertura democratica per obiettivi non propriamente coincidenti con quelli prestabiliti e, in particolare, potrebbe in una contingenza economica sfavorevole come quella attuale indebolirsi nel gestire uno stravolgimento così importante favorendo nel contempo il rafforzamento dei movimenti fondamentalisti più conservatori facendo implodere il processo democratico o, ancor peggio utilizzare una democrazia di facciata per instaurare modelli socio-politici fondati sui precetti islamici più ortodossi.

In questo scenario si è innestato il sostegno di Washington a movimenti di pensiero e associazioni che, promuovendo la democrazia, sarebbero state in grado di propiziare un cambio di regime. Ecco il contesto in cui è stata fatta detonare la più potente arma dei nostri tempi: il Web 2.0. Attraverso l'uso di Twitter e degli altri socialnetwork la dissidenza (ma anche i regimi di Gheddafi ed A-Asad) hanno gestito la comunicazione con il resto del mondo. Diretto ed esplicito è stato in questo senso il messaggio del Dipartimento di Stato alle masse arabe, per superare gli stringenti controlli agli accessi ad internet utilizzati dai regimi dittatoriali Dal 2008 al 2011, insieme all'agenzia Usaid, ha speso 76 milioni di dollari per sviluppare l'Internet freedom nell'area mediorientale, mentre nel 2012 ne sono stati spesi ben 25. Evidente l'azione di intelligence dispiegata in Iran, andando oltre l'embargo economico e commerciale, così come lo sviluppo di una potente azione informativa-disinformativa destinata anche ad un complessivo controllo e ad una mirata sorveglianza delle comunicazioni interne e internazionali. Accanto a questa strategia "intrusiva" vi è tutto un percorso di cyber diplomacy, mirato a far fronte alla minaccia delle organizzazioni criminali transnazionali la cui azione talvolta si salda con gli attacchi terroristici alle cosiddette infrastrutture strategiche. Si tratta di due dimensioni variabili ma a volte interconnesse il cui controllo garantirebbe una prevenzione ma anche un'efficace attività di intelligence in linea con la sicurezza globale dell'informazione. Tutto ciò costituisce però un quadro di riferimento molto più ampio e che potrà essere analizzato una volta che la suddetta strategia avrà dispiegato i suoi effetti, oltre i rivolgimenti del Nord Africa e oltre quanto accadrà infine in Medio Oriente.

Sarebbe inesatto dire oggi che la "primavera araba" è figlia dei social network. In realtà la rivoluzione è scoppiata per anni di oppressione, mancanza delle libertà fondamentali, per il livello di corruzione e di arroganza delle classi dirigenti e in particolare dei leader e delle loro famiglie, per la marginalizzazione politica e economica, tutti elementi che nulla hanno a che vedere con le tecnologie.

I social network hanno rappresentato una potente cassa di risonanza del "pensiero di Al-Azhar" che si è materializzato con le sollevazioni in Egitto, in Tunisia o in altri Paesi della regione. L'arma è stata costruita con sapienza e gli utilizzatori finali hanno potuto beneficiare di una adeguata formazione all'uopo, nel momento in cui la goccia ha fatto traboccare il vaso, quando l' "eroe" di Sidi Bouazid si è dato fuoco.

Wikileaks ha reso palesi gli interventi di Washington nel diffondere a proprio uso e consumo la logica di twitter a partire dalle violente proteste post-elezioni in Iran, sino all'azione propedeutica condotta in Nord Africa proprio per arginare l'estremismo ideologico e violento a tutto vantaggio dei partiti di ispirazione islamista moderata; non certo in favore dei giovani che avevano preso attivamente parte alle proteste.

Se è unanimemente riconosciuto che l'efficacia dei social network è stata quella di aver saputo mantenere costante e alta l'attenzione del mondo e di aver garantito un contatto tra tutti gli attori della dissidenza, è altrettanto vero che la rivoluzione era stata preparata da tempo da quel "movimento di pensiero" che ha consentito la creazione di governi guidati da partiti islamisti che si ispirano alla Fratellanza musulmana elemento trasversale che partendo dall' Egitto arriva sino al Marocco passando per l'Algeria, fino a raggiungere il Medio Oriente.

Naturalmente, soprattutto con la crisi siriana, stiamo assistendo ad un uso dei social network anche da parte del regime di Al-Asad, dove si parla di dialogo tra opposizione e regime e dove si indicano i ribelli come estremisti, salafiti e terroristi legati ad al-Qaeda.

Lo sviluppo di questa comunicazione spontanea, ha poi consentito la nascita di "cittadini giornalisti" improvvisati che, attraverso smartphone e altri strumenti informatici, informano il mondo su cosa succede nel loro Paese, postando su facebook o su youtube o tramite twitter fotostorie, video o notizie la cui veridicità e il cui contesto spesso non sono verificati.

Ciò porta ad una confusione mediatica che investe da un lato la professionalità dei media tradizionali che si avvalgono di tali fonti e dall'altro lato la risposta dei regimi che urlano al complotto informatico contro il paese o alludendo ad una regia straniera, indebolendo di fatto l'efficacia del sistema.

Siamo già oggi in una fase di superamento dei social network come strumenti della cosiddetta "infowar". Sarà infatti l'uso dei satelliti a promuovere nuove forme di comunicazione e chi sarà ancora una volta a raccoglierne i frutti?


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