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Quale stagione nel Sahel dopo la primavera araba?
post pubblicato in Primo Piano, il 6 febbraio 2012
                                         

di Lamorak

Per la sua posizione geografica e per la politica panafricana adottata dal suo leader negli anni passati, la Libia è stata un polo di attrazione per moltissimi sub-sahariani in cerca di condizioni di vita migliori a causa di povertà, conflitti, carestie o per ragioni climatiche.

Per molti è stato altresì determinante, il miraggio di poter emigrare in Italia e quindi in Europa attraverso il Mediterraneo sulle “rotte dei disperati”.

Altri ancora, durante il conflitto libico, sono entrati come mercenari a far parte delle milizie lealiste del colonnello Muammar Al-Qadafi, sperando di ottenere non solo benefici economici ma anche un nuovo status.

La crisi libica, a seguito delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nr.1970 e 1973, ha visto lo scorso anno il deciso intervento della NATO legittimata ad utilizzare “all necessary measures” per proteggere la popolazione civile e ha avuto conseguenze drammatiche sul fronte umanitario. La situazione infatti non ha riguardato solo il Paese interessato, ma ha coinvolto anche molti Stati della regione saheliana come Algeria, Ciad, Egitto, Mali, Mauritania, Niger e Tunisia, un territorio di circa 8.000.000 di chilometri quadrati pari a un quarto del Continente africano.

Gli effetti della crisi nell’area sono stati diversi a seconda del livello delle relazioni politiche ed economiche che intercorrevano tra il singolo Paese e la Libia e ,oltre sul piano umanitario, hanno avuto un forte impatto sulla sicurezza e sullo sviluppo.

In questi Paesi infatti si sono riversati centinaia di migliaia di profughi (circa 210.000 secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni; più di 400.000, secondo i governi dei Paesi interessati) la cui gestione ha coinvolto in alcuni casi gli organismi internazionali ed ha richiesto la solidarietà della comunità internazionale. Molti sono però rientrati nelle loro comunità di origine e si sono ritrovati senza alcun mezzo di sostentamento in una realtà di sottosviluppo e di estrema povertà, condizioni che hanno alimentato il disagio sociale sia in termini politici, sia nel contesto della sicurezza.

Qui occorre inoltre registrare il problema dell’aumento del traffico di armi e munizioni di ogni genere che potrebbero essere vendute ad organizzazioni terroristiche come Al Qaeda del Maghreb Islamico (AQMI), Boko Haram, al Shabaab in Somalia e ad altre organizzazioni criminali che hanno recentemente incrementato le loro attività e che si stanno saldando in una azione comune che potrebbe portare ad una grave destabilizzazione di tutto il continente africano e potrebbe incidere sulle condizioni di sicurezza dell’Europa e dell’America.

Di fronte a tale pericolo occorrerà adottare sia a livello europeo che in seno all’ONU delle politiche concrete per sostenere i Governi di quei Paesi che sono più esposti alle azioni terroristiche ed evitare che l’Africa si trasformi in un contenitore di “failed states” dove fanatismo religioso e conflitti interrazziali impediscano ogni spazio alla costruzione di un percorso di democrazia e di sviluppo. Ma anche il venir meno dei cospicui investimenti che il regime di Gheddafi realizzava dagli anni ’90 nella regione e delle rimesse degli emigrati sta avendo effetti sulle condizioni di sviluppo. Il peggioramento delle condizioni di sicurezza, inoltre, ha influito negativamente sul turismo e sullo sviluppo economico, oltre ad aver stimolato un aumento delle spese nel settore della difesa (ad es. del 65% in Niger) a scapito di quelle per i servizi sociali.

Cosa fare in concreto? Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha analizzato l’impatto del fenomeno descritto e ha indicato alcune ipotesi di azione sia sul fronte regionale che in un contesto internazionale. Ma occorre agire con rapidità e convinzione per favorire il reinserimento socio-professionale di coloro che sono rientrati (o che intendono rientrare) nei Paesi di origine e ciò attraverso programmi di formazione in loco accompagnati da azioni mirate di cooperazione allo sviluppo. Occorre creare inoltre le condizioni per evitare trasferimenti di massa incontrollati che potrebbero ulteriormente destabilizzare l’area saheliana e andare ad incrementare un bacino già cospicuo di terrorismo, criminalità e traffico di esseri umani. Oggi non è più sufficiente il solo impegno bilaterale dove i singoli Paesi cercano di far convergere interessi legati al border control o di tipo più squisitamente politico e economico. Il problema è globale e richiede soluzioni condivise in un quadro di cooperazione a più livelli, multilaterale, regionale e sub regionale. Alle sfide demografiche al climate change e all’impoverimento delle risorse energetiche, si affiancheranno in misura crescente i temi dell’impatto del terrorismo e del crimine organizzato transnazionale sulla pace, sulla sicurezza e la stabilità dell’Africa.

Alla fine di questo mese avrà la Presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il Togo, un Paese africano che potrà forse sollecitare l’attenzione della comunità internazionale su questi temi per “accompagnare” una nuova stagione africana.


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