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La luce magica di iSteve. Goodbye genius
post pubblicato in Primo Piano, il 6 ottobre 2011
                                           

di Claudia Svampa

Nella categoria people, tag “baciati dalla fortuna” , ci sono per lo più uomini nati con la camicia. Molti meno venuti al mondo con la bacchetta magica in mano: ecco Steve Jobs non aveva neanche bisogno della bacchetta magica, era magia pura. 

Ha vissuto ogni giorno della sua vita come fosse il suo ultimo, meraviglioso giorno. Tanto pareva sufficiente perchè quell'ultimo maledettissimo giorno per lui non potesse arrivare mai. 

Uno che in una manciata di anni ha saputo trasformare un casermone antiestetico, difficile da utilizzare e concepito per il lavoro - ovvero un computer - in un oggetto di design, facilissimo da maneggiare e indispensabile nella vita sociale: ovvero un Mac.

Uno che dal palco dell'università californiana di Stanford pronunciava ai neolaureati del campus il suo discorso-mito: “abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno già cosa voi volete davvero diventare. Tutto il resto è secondario". Peccato che il suo di cuore e la sua di intuizione gli avevano suggerito anni prima di diventare guru dell'Apple staccando la spina accademica senza laurearsi. E lui lo raccontava candido, dal pulpito dell'ateneo.

Uno che il logo più amato al mondo, la mela bianca morsicata, non l'ha dato alla luce fra slideshows e brainstorming, fra doglie e contrazioni. No, Jobs quella meletta la stava smangiucchiando nel suo ufficio-garage-capanno e quando ha avuto bisogno di un logo, così su due piedi, se l'è ritrovato già in mano. Perfetto, divino. E l'ha deposto nella mangiatoia, come la Madonna il bambinello, senza parto, senza doglie. 

Uno che, con un cancro agguerrito e famelico - perchè anche i cancri hanno un terreno d'elezione, e uno rarissimo al pancreas è alquanto snob, e per habitat si sceglie Jobs, mica un cristiano qualsiasi - con quel cancro dicevamo ci si era messo in società, trasformando la sua bestia oncologica, affamata di peso e cellule, nel suo spettacolare curatore d'immagine: quant'era più bello, più carismatico, più solido - pur nella sua fragilità fisica - il guru di Apple in questi ultimi anni da eroe creativo?

Uno che ha trasformato il destino segnato di una vocale insipida come la “i” : la più snobbata fra le cinque vocali alfabetiche anche dai cultori della materia, i lattanti, giacchè non sa esprimere lo stupore della “o” nè il compiacimento della “a” e neanche il risolino della “e”. Ecco uno come Jobs quella “i” inutile e minuscola l'aveva riciclata dal suo nulla per trasformarla in pensiero, anzi in sintesi di pensiero, in concept. Il concept di iPod, di iPhone, di iPad. Il concept lanciato nel prossimo futuro di iCloud, e dilagante nel presente dell' iGenerations.  

Uno che a far parlare face-to-face in videoconferenza internazionale tramite iPhone non ci aveva messo due testimonial vippetti, o due amministratori delegati, o due sex-and-the-city newyorkesi. No, ci aveva messo due immigrati. E non due disperati da spot sociale. Ma due tipi di seconda generazione, integrati e affermati, in comunicazione oltre oceano con le famiglie d'origine africane, indiane, sudamericane. Ci aveva messo il futuro, la vera integrazione che probabilmente noi non saremo mai in grado di costruire per i nostri figli, mentre lui l'ha regalata già anche ai nostri pronipoti.  

Goodbye genius iSteve: che la tua magia resista intatta. Come il tuo nome, non più terreno ma per sempre immortale.
Yara Gambirasio, l’indagine: game over press start
post pubblicato in Primo Piano, il 7 dicembre 2010

                                                   

Non si può finire in carcere con l’infamante accusa di aver rapito, stuprato, ucciso e occultato una ragazzina di 13 anni solo per un grossolano errore di traduzione.

Non si può fermare un traghetto in acque internazionali, domandandogli di rientrare sotto costa chiedendo cooperazione a una nave diretta in Marocco per prelevare un loro connazionale solo per un grossolano errore di traduzione.

Non si può alimentare nell’opinione pubblica un’incivile eppure prevedibile reazione razzista e xenofoba accusando un 23enne marocchino di un reato abominevole solo per un grossolano errore di traduzione.

Non si può parlare di omicidio, e di cadavere, e di morte di una ragazzina scomparsa nel nulla da 10 giorni in assenza di confessione o di ritrovamento del corpo solo per un grossolano errore di traduzione.
 
Tutto qui ciò che i magistrati avevano in mano? Tutta qui la svolta delle indagini  tanto da ignorare superbamente  il diritto di cronaca – quello professionale, serio e degno di una democrazia, che informa attraverso le conferenze stampa su un caso di rilevanza nazionale,  non certo il protagonismo dello show del dolore – tutta qui? Solo un grossolano errore di traduzione?
 
Un immigrato regolare marocchino che, nel corso di una intercettazione dice al telefono, «Allah, per favore, fa che risponda» nell’attesa che la moglie risponda alla sua chiamata internazionale e che viene erroneamente tradotto in “Che Allah mi perdoni, io non l’ho uccisa”?. E i riscontri preventivi sul suo biglietto di viaggio? Sul suo datore di lavoro? Sul suo alibi il giorno della scomparsa? Sulla sua vita? Sulle sue abitudini a recarsi ogni anno, nello stesso periodo, dalla sua famiglia? Sulla sua condotta?
 
Tutto qui quello che la magistratura italiana è in grado di fare davanti ai minori scomparsi in mancanza di un Michele Misseri qualsiasi reo confesso attanagliato dal rimorso e incubi notturni?
 
Brancolare perennemente nel buio di gialli regolarmente irrisolti? Accusare incessantemente la stampa di cannibalismo mediatico e gli italiani di protagonismo televisivo? Forse nel “game over, press start “ delle ricerche della minorenne scomparsa bisognerebbe trovare anche il coraggio di interrogarsi su un’assottigliata capacità istintiva e intuitiva di indagine - faro insostituibile sulla via del crimine e non rimpiazzabile dai soli e soliti mezzi tecnico scientifici - che sembra non appartenere più alla new generation dei  nostri investigatori. O alla loro formazione.
 
Claudia Svampa
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