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La rivoluzione della coscienza civile
post pubblicato in Primo Piano, il 13 gennaio 2011
                                             

Non chiamiamola la rivolta del pane. Non renderebbe onore al drammatico sacrificio di Mohammad Buazizi che la storia rivisiterà come un moderno eroe nel prossimo futuro. E ci racconterà del giovane Buazizi che dandosi fuoco il 17 dicembre 2010 a Sidi Bouzir ha rinunciato alla sua vita e infiammato le coscienze di un’intera nazione. 


Non chiamiamola rivolta del pane perchè quel 26enne che brucia accasciandosi su se stesso ha deciso di farla finita non per una baguette o un piatto di couscous. Non solo per la povertà e la disoccupazione. Ha deciso di diventare martire ed eroe di  un'intera generazione di giovani tunisini che come lui dopo anni di studio e sacrifici economici si ritrovano una laurea e la sola prospettiva di vendere datteri e banane ai turisti tirandosi dietro un carretto da ambulante abusivo. 


Si ritrovano a dover pagare, sempre più e sempre più frequentemente, il prezzo della dilagante corruzione che non risparmia il "pizzo" neanche a chi, a malapena, riesce a portare a casa a fine giornata pochi dinari facendo l'ambulante abusivo di frutta con una laurea in tasca. 


Questa guerra civile scoppiata in Tunisia non è la rivolta del pane, é la rivoluzione della coscienza civile, dei figli di famiglie che il pane dalla bocca se lo sono tolto per un'intera generazione perchè i loro ragazzi potessero studiare e camminare verso un domani migliore.  


Se Mohammed Buazizi, a stomaco vuoto, non avesse per lunghi anni nutrito la sua testa con la cultura forse quell'ennesima tangente alla polizia municipale corrotta l'avrebbe pagata ancora una volta per non farsi portare via il suo carretto fantasma. Invece lui è andato a protestare. A rivendicare il diritto di non essere taglieggiato da chi indossa l'uniforme. A parlare di giustizia sociale e di democrazia davanti i palazzi delle istituzioni. Ed è stato cacciato. Anzi scacciato, come il governo è abituato a fare da anni con i suoi connazionali quando non intonano l'unico coro consentito: quello di beatificazione al presidente Ben Alì e all'augusta famiglia. 


La voce di Buazizi è stata soffocata ma il falò che lui ha fatto del suo corpo ha inondato di luce e coraggio le coscienze dei suoi connazionali. La protesta del pane, del couscous e dei rincari alimentari i tunisini la facevano pacatamente da anni. Senza speranze e senza esiti. 


La guerra che è scoppiata, che sta mettendo a ferro e fuoco Tunisi, Bizerte, Hammamet, Nabeul, Sfax, Douz, Tozeur, che fa si che la polizia spari ad altezza uomo - e che l'esercito si rifiuti di obbedire agli ordini di palazzo di massacrare i manifestanti e per questo veda epurato il capo di stato maggiore -  non ha più molte possibilità di regredire. 


Ben Alì è già un ex presidente, ancora inconsapevole e ancora asserragliato nel suo palazzo del potere di Cartagine. Sono invece già fuggiti a Dubai tutti i familiari del clan Trabelsi, i fratelli della  first lady Layla che da ex parrucchiera era riuscita a sposare in seconde nozze il presidente e a inserire in tutti i posti chiave del potere e dell'economia del paese i suoi numerosi e spregiudicati parenti. 


Ma i Trabelsi la reggia di Cartagine l'hanno preventivamente liberata, la Tunisia saccheggiata per decenni se la sono già lasciata alle spalle. A loro non è sfuggito fin da subito che il sacrificio di Mohammed Buazizi non sarebbe potuto sfociare in una gestibile, seppur scomposta, ennesima rivolta del pane.  Loro la rabbia incontenibile della popolazione contro la corruzione del potere l'hanno avvertita subito. Forse perché ne conoscono perfettamente le dinamiche che l'hanno determinata.


Claudia Svampa    

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