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Il martirio di Amina, la ragazzina uccisa tre volte
post pubblicato in Primo Piano, il 16 marzo 2012
                                           

di Claudia Svampa

Amina è stata uccisa tre volte: il giorno del suo stupro, il giorno delle sue nozze, e sabato scorso, il giorno del suo suicidio. Il silenzio intorno al sacrificio di questa sedicenne marocchina potrebbe regalargli la sua quarta morte.

Amina Al Filali fino a qualche mese fa era una ragazzina non ancora sedicenne, che abitava con la sua famiglia a Larache, vicino Tangeri, in Marocco, nella normalità della sua vita di adolescente, fra scuola, famiglia, amiche e tanti sogni per il futuro.

Sei mesi fa Amina subisce una violenza sessuale da parte di un uomo. Violenza che la famiglia, e più esattamente suo padre - vista la minore età della ragazza - prontamente denuncia perché chi ha violato la sua bambina paghi il suo debito almeno con la giustizia.

In Marocco la legge prevede per crimini analoghi una pena in caso di condanna dai cinque ai dieci anni di carcere. Anni che raddoppiano dai 10 ai 20 se la vittima è minorenne. E Amina lo è, non ha ancora compiuto 16 anni.

Il codice penale marocchino, tuttavia, non parla espressamente, nel suo articolo 475, di violenza fisica contro le donne, ma piuttosto di crimine per il quale deve essere punito il “rapitore”, tanto che, nel caso in cui vittima e carnefice accettano di sposarsi l’autore della violenza non è più perseguibile, evitando così il carcere.

Non soltanto. La perdita della verginità per una ragazzina marocchina, anche se dovuta a un atto di violenza subito, rappresenta per la famiglia comunque un disonore e la pressoché certezza che la vittima non troverà mai un uomo disposto, un giorno, a contrarre matrimonio con lei.

Devono essere state da una parte le pressioni della famiglia dello stupratore che proponendo le nozze avrebbe facilmente evitato il carcere, dall’altra il retaggio culturale di una figlia ormai “disonorata” dalla violenza subita, ad aver indotto il padre di Amina a concedere in sposa sua figlia 16 enne all’uomo che l’aveva stuprata.

La soluzione all’onta subita ristabilisce i criteri sociali di rispettabilità delle due famiglie, condannando invece Amina a un orrore senza fine: avere davanti agli occhi il suo aguzzino per il resto della vita.

Amina é costretta a sposare quell’uomo al quale il padre ha regalato il privilegio di non finire in carcere, di essere servito e rispettato dalla moglie bambina, di continuare a stuprarla impunemente, di acquisire tutti i diritti padronali su di lei e di violare ogni forma di dignità umana su un’adolescente che crea orrore chiamare sposa.

Amina, nel suo immenso dramma finisce per fare la fine del topo, intrappolata e senza vie di fuga. E allora questa fine decide di percorrerla fino in fondo. Ingerendo lo scorso fine settimana, una massiccia dose di veleno per ratti. Uccidendosi. Uscendo di scena così, in silenzio, dal suo matrimonio forzato, dalla sua famiglia debole, dalla società che l’ha trattata come un ratto. E a lei non é rimasto che servirsi del veleno per i ratti, unica possibilità di scampo da una condanna a vita perfino peggiore della morte.



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