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post pubblicato in Primo Piano, il 18 novembre 2012
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Attentato alla scuola di Brindisi: i perché dietro ai forse
post pubblicato in Primo Piano, il 19 maggio 2012

di Claudia Svampa

A poche ore dall’attentato di Brindisi le ipotesi sui mandanti di una violenza tanto aberrante quanto inconcepibile - tale da aver scelto come target una scuola di adolescenti - si rincorrono sulla stampa e sul web sfiorando i più inverosimili scenari. Come quello della pista passionale. O peggio ancora: greca.

Di certo esiste solo lo strazio di una giornata costellate da un lutto angosciante che, fin dal primo momento, é apparso più un lutto di un Paese e di una società intera che come quello di una regione, di una cittadina, di una scuola o di una famiglia.

E se tale é apparso fin da subito quel dolore sordo che ha fatto seguito allo scenario muto del piazzale antistante la scuola Morvillo-Falcone forse un perché già c’é.

Forse perché la criminalità organizzata, locale o nazionale, non ha alcun interesse a calamitare sul suo territorio fiumi di agenti, investigatori e forze dell’ordine in cerca di un nome da dare alla mostruosità ma col vantaggio investigativo di mettere il naso in altri ambiti di traffici nel territorio.

Forse perché la mafia, quella vera o quella ottenuta per talea sempre dalla stessa mala pianta, le vittime innocenti, le donne e i bambini le fa pure, ma quando nella logica mafiosa diventa strettamente necessario all’obiettivo principale. La mafia attacca lo Stato quando lo Stato intralcia la mafia e una scuola, una scolaresca di adolescenti non sono lo Stato e non sono d’intralcio. Neanche quando quella scuola porta il nome di Francesca Morvillo Falcone, che nell’attentato di Capaci non era target di Cosa Nostra, ma solo vittima collaterale.

Forse perché il delitto passionale non passa per la tentata strage, non usa bombe a trittico, non opera con l’esplosivo che, per sua natura garantisce la dirompenza degli effetti ma non ha la mira del cecchino.

Forse perché finanche l’attentato stile americano al college non é nelle modalità di quanto avvenuto a Brindisi. L’unica linea di congiunzione é il contesto scolastico, coincidenza sottile e alla quale manca l’arma da sempre impugnata e rivolta verso compagni e insegnanti dai killer liceali che nelle stragi al college sublimano la propria avversione alla struttura.

Forse allora non resta in piedi che la più torbida delle possibili ipotesi: quella dell’attentato neo-terroristico. Perché al terrorismo non importa chi, ma quanto. Più del dove conta il come. Le bombe sono il come del terrorismo. Le vittime innocenti, come le ragazzine sedicenni coi profili su facebook da sciacallare a uso dei media sono il quanto che risuona più forte del chi.

Eccolo il terrorismo che ritorna come una mareggiata e riporta a galla nella memoria gli anni di piombo, anche se il piombo di allora é troppo pesante per tornare a galla oggi. Gli anni che viviamo non meritano neanche il nome di un metallo. O al massimo sono anni di zinco da inumare nel buio. E persi nella polvere.

War-network: la grande strategia geomediatica Usa
post pubblicato in Primo Piano, il 17 maggio 2012
di Ettore de Maris

Barak Obama, con il discorso pronunciato il 4 giugno 2009 al Cairo, all'università di Al-Ahar, lanciò la nuova crociata americana verso lo scacchiere mediorientale, evocando una precisa strategia per il mondo arabo-musulmano.

La scelta del millenario più importante centro d'insegnamento dell'islam sunnita e del messaggio politico rivolto ai Fratelli Musulmani hanno dato il via al più ambizioso disegno di Washington del secolo: l'inizio di una nuova era volta a scalzare l'antiamericanismo di cui le masse arabe erano profondamente intrise e a tessere l'improbabile saldatura tra islam e modernità nel tentativo di coniugare tradizione e progresso, sollecitando le leadership arabe ad aprirsi ad un concreto processo democratico guardando al modello turco di Erdogan.

La tentazione americana incentrata su un forte messaggio di valori e criteri politici quali libertà di pensiero, stato di diritto, trasparenza e impegno responsabile di governo nei confronti dei cittadini, ha scardinato i sistemi e le istituzioni del mondo arabo, mettendo in crisi i modelli appoggiati dagli stessi Stati Uniti per decenni, consentendo l'epocale stagione della "primavera araba".

Ma con quali strumenti in concreto si sarebbe determinato il cambiamento? Gli Stati Uniti avevano pensato anche a questo. Il rischio di una recrudescenza del fondamentalismo era ed è tuttora vivo, poichè la Fratellanza, "leva trasversale" con cui scardinare tutti i regimi dal Nord Africa al Medio Oriente (sino ad arrivare al grande nemico iraniano), potrebbe utilizzare l'apertura democratica per obiettivi non propriamente coincidenti con quelli prestabiliti e, in particolare, potrebbe in una contingenza economica sfavorevole come quella attuale indebolirsi nel gestire uno stravolgimento così importante favorendo nel contempo il rafforzamento dei movimenti fondamentalisti più conservatori facendo implodere il processo democratico o, ancor peggio utilizzare una democrazia di facciata per instaurare modelli socio-politici fondati sui precetti islamici più ortodossi.

In questo scenario si è innestato il sostegno di Washington a movimenti di pensiero e associazioni che, promuovendo la democrazia, sarebbero state in grado di propiziare un cambio di regime. Ecco il contesto in cui è stata fatta detonare la più potente arma dei nostri tempi: il Web 2.0. Attraverso l'uso di Twitter e degli altri socialnetwork la dissidenza (ma anche i regimi di Gheddafi ed A-Asad) hanno gestito la comunicazione con il resto del mondo. Diretto ed esplicito è stato in questo senso il messaggio del Dipartimento di Stato alle masse arabe, per superare gli stringenti controlli agli accessi ad internet utilizzati dai regimi dittatoriali Dal 2008 al 2011, insieme all'agenzia Usaid, ha speso 76 milioni di dollari per sviluppare l'Internet freedom nell'area mediorientale, mentre nel 2012 ne sono stati spesi ben 25. Evidente l'azione di intelligence dispiegata in Iran, andando oltre l'embargo economico e commerciale, così come lo sviluppo di una potente azione informativa-disinformativa destinata anche ad un complessivo controllo e ad una mirata sorveglianza delle comunicazioni interne e internazionali. Accanto a questa strategia "intrusiva" vi è tutto un percorso di cyber diplomacy, mirato a far fronte alla minaccia delle organizzazioni criminali transnazionali la cui azione talvolta si salda con gli attacchi terroristici alle cosiddette infrastrutture strategiche. Si tratta di due dimensioni variabili ma a volte interconnesse il cui controllo garantirebbe una prevenzione ma anche un'efficace attività di intelligence in linea con la sicurezza globale dell'informazione. Tutto ciò costituisce però un quadro di riferimento molto più ampio e che potrà essere analizzato una volta che la suddetta strategia avrà dispiegato i suoi effetti, oltre i rivolgimenti del Nord Africa e oltre quanto accadrà infine in Medio Oriente.

Sarebbe inesatto dire oggi che la "primavera araba" è figlia dei social network. In realtà la rivoluzione è scoppiata per anni di oppressione, mancanza delle libertà fondamentali, per il livello di corruzione e di arroganza delle classi dirigenti e in particolare dei leader e delle loro famiglie, per la marginalizzazione politica e economica, tutti elementi che nulla hanno a che vedere con le tecnologie.

I social network hanno rappresentato una potente cassa di risonanza del "pensiero di Al-Azhar" che si è materializzato con le sollevazioni in Egitto, in Tunisia o in altri Paesi della regione. L'arma è stata costruita con sapienza e gli utilizzatori finali hanno potuto beneficiare di una adeguata formazione all'uopo, nel momento in cui la goccia ha fatto traboccare il vaso, quando l' "eroe" di Sidi Bouazid si è dato fuoco.

Wikileaks ha reso palesi gli interventi di Washington nel diffondere a proprio uso e consumo la logica di twitter a partire dalle violente proteste post-elezioni in Iran, sino all'azione propedeutica condotta in Nord Africa proprio per arginare l'estremismo ideologico e violento a tutto vantaggio dei partiti di ispirazione islamista moderata; non certo in favore dei giovani che avevano preso attivamente parte alle proteste.

Se è unanimemente riconosciuto che l'efficacia dei social network è stata quella di aver saputo mantenere costante e alta l'attenzione del mondo e di aver garantito un contatto tra tutti gli attori della dissidenza, è altrettanto vero che la rivoluzione era stata preparata da tempo da quel "movimento di pensiero" che ha consentito la creazione di governi guidati da partiti islamisti che si ispirano alla Fratellanza musulmana elemento trasversale che partendo dall' Egitto arriva sino al Marocco passando per l'Algeria, fino a raggiungere il Medio Oriente.

Naturalmente, soprattutto con la crisi siriana, stiamo assistendo ad un uso dei social network anche da parte del regime di Al-Asad, dove si parla di dialogo tra opposizione e regime e dove si indicano i ribelli come estremisti, salafiti e terroristi legati ad al-Qaeda.

Lo sviluppo di questa comunicazione spontanea, ha poi consentito la nascita di "cittadini giornalisti" improvvisati che, attraverso smartphone e altri strumenti informatici, informano il mondo su cosa succede nel loro Paese, postando su facebook o su youtube o tramite twitter fotostorie, video o notizie la cui veridicità e il cui contesto spesso non sono verificati.

Ciò porta ad una confusione mediatica che investe da un lato la professionalità dei media tradizionali che si avvalgono di tali fonti e dall'altro lato la risposta dei regimi che urlano al complotto informatico contro il paese o alludendo ad una regia straniera, indebolendo di fatto l'efficacia del sistema.

Siamo già oggi in una fase di superamento dei social network come strumenti della cosiddetta "infowar". Sarà infatti l'uso dei satelliti a promuovere nuove forme di comunicazione e chi sarà ancora una volta a raccoglierne i frutti?


Andreotti migliora, un vuoto incolmabile per la diretta Live
post pubblicato in Primo Piano, il 4 maggio 2012

di Claudia Svampa

Per ore, ieri, il sito del Corsera ha trasmesso un’elettrizzata diretta web carica di aspettative sulla probabile dipartita del senatore Giulio Andreotti, con le camere Live aperte, l’audio Live aperto, e l’inquadratura Live aperta, che puntava sul traffico stradale all’ingresso del Policlinico Gemelli di Roma, spaziando dall’entrata del pronto soccorso alla fila parcheggiata dei camper regia.

L’edizione Live non mancava di riprendere le numerose Sibille Cooman microfonate, cariche di trucco e parrucco per il reality sul trapasso del Lord Voldemort della politica italiana e la successiva passerella di seguaci Mangiamorte richiamati dall’evento epocale.

Tra zoommate e piano sequenza del nulla metropolitano ogni tanto un sottopancia, prudentemente, aggiornava il bollettino sanitario in miglioramento, informando che, contro ogni malcelata aspettativa, la guest star 93enne non pareva ancora pronta a raggiungere il set per la scena finale, e la faccenda pareva tirare terribilmente per le lunghe.

Tanto per le lunghe che, dopo diverse ore di attesa il cielo sopra i tetti del nosocomio romano non si é oscurato, i dissennatori hanno dato forfait e le Sibille Cooman, stufe d’aspettare, si sono smicrofonate e se ne sono andate a spizzicare un paio di cupcakes di tendenza.

Il Live è definitivamente sfumato con una dissolvenza verso il nero, quando si é realizzato che ormai anche Vespa, per la serata, aveva già diramato inviti ai sindaci, preparato plastici di prime case infestate da Imu, e stava facendo montare servizi su un tal Luigi Martinelli, un 54enne bergamasco che, alla canna del gas per la pressione fiscale, aveva assaltato per tutto il pomeriggio la sede dell’Agenzia delle Entrate a Romano di Lombardia. Prendendo anche quattordici dipendenti in ostaggio.

Ecco, magari questo increscioso fattarello di cronaca al Corriere non deve aver fatto granché gola in termini di informazione Live o forse, semplicemente, seguendo i lanci rimbalzati su un’altra home, quella dell’Ansa, non deve essere stato facile dirottare i propri reporters sulle tracce di un sequestratore barricato negli uffici dell’Agenzia delle entrate che l’Ansa, madre di tutte le agenzie, aveva confuso con la sede di Equitalia sicché, nei titoli Equitalia e Agenzia delle Entrate si sono alternati secondo una stupefacente omonimia.

Diciamocelo, l’informazione ufficiale é in condizioni cliniche fortemente compromesse, né si é più ripresa dopo l’ultima clamorosa bufala dell’annunciata liberazione di Rossella Urru . E forse mai si riprenderà.

Alla dipartita, ormai improcrastinabile, la ricorderemo durante un irrinunciabile Live celebrativo, come la vedova sconsolata ricordò in un necrologio il suo indimenticabile coniuge Felice Uccello: "hai lasciato dentro me un vuoto incolmabile”.


Ruby, Minetti, le olgettine e i tre pilastri
post pubblicato in Primo Piano, il 3 maggio 2012
di Claudia Svampa

Nicol Minetti, Ruby Rubacuori e le olgettine: francamente sarebbe ora di darci un taglio. Dall'assuefazione alla notizia allo shock anafiliattico ormai il passo è brevissimo. Sognando qualcuno che, una mattina, si svegli esasperato e metta a ferro e fuoco il tema. Che lo renda innominabile, anticostutizionale come la tentata ricostruzione del partito fascista. O delle girls berluskine. Si, strilliamolo pure: censurato! Amen, e così sia.

Tanto più che Berlusconi, innegabilmente e per una stramba alchimia, da ogni rigurgito di tiritera piccantina ne esce sempre più rinvigorito.

Ogni gemito in magistratura procura una impennata di simpatia verso l'improvvisamente silente ultra 70enne di Arcore.

Ogni intercettazione riesumata dalle polveri delle procure genera indulgenti afflati al cospetto del cavaliere di Palazzo Grazioli by night.

Ogni articolo, puntatone di talkshow o strillo di copertina sortiscono quel coro unanime di "ma ancora???" nell'opinione pubblica non tesserata con Bersani & Co.

Sicché due o tre pilastri, come e meglio che per Maastricht, bisognerebbe fissarli, in questa storia infinita di mutandine sbarazzine e cellulari chiacchieroni.

Il primo pilastro, ad esempio, potrebbe definire inderogabilmente che gli italiani sanno benissimo da soli che al Berlusca piace moltissimo la gnocca. E che gli è sempre piaciuta. Di più. Lo sanno da tempo. Da prima che il tema interessasse le procure, da prima che Repubblica, il Fatto, l'Espresso e affini producessero paginoni multimediali sull'argomento. Da prima che Noemi Letizia diventasse maggiorenne e da prima che Ruby si imparentasse temporaneamente con Mubarak. La gnocca invece dovrebbe appassionare la magistratura solo se c'è da accertare un reato e, a quanto se ne sa, il codice penale non vieta a un over 70 di accompagnarsi a un'under 18 cinguettante e consenziente, che in ogni sede dichiara di non aver consumato.

E ancora. Tolto un pizzichino d'invidia di molti per le decantate performance orizzontali e per l'attitudine maschia a raccattare monelle e gemelle, agli italiani in definitiva non interessa molto sapere chi sgualcisca a ripetizione lenzuola di lino e seta del celebrato lettone di Putin. O almeno gli interessa assai meno di quanto non possa interessare a Veronica Lario che, da ex coniuge Berlusconi, qualche motivo legittimo e patrimoniale po’ maturarlo nell'approfondire senza censure l'inclinazione nabokoviana del Cavaliere per le post ninfette delle cene eleganti.

Il secondo pilastro, invece, potrebbe chiarire una volta per tutte che gli italiani, buoni ma non pirla, nutrivano già da tempo il vago sospetto che madamoiselle Nicol Minetti, un'innata attitudine ai travestimenti doveva avercela iscritta nel suo genoma. Insospettiti prima da quella sua performance da igienista dentale cult, poi da quell'altra da consigliere comunale tettutissima, insomma, nessuno di noi sarebbe caduto dal pero a immaginarsela suorina sexy o poliziotta scosciata grazie alla generosità di forniture recapitate dalla finissima sartoria libica, nelle notti calde della lap dance. Proprio nessuno no, forse Ilda Boccassini si, accidenti.

E ancor più nessuno dopo mesi di Mp3 recovered delle intercettazioni, rititolate in tutte le salse, si stupirebbe più davanti a quel ritrito "briffare" fiorito nell'eloquio minettiano. Un'espressione in anglo-office aziendale caratteristica dei desk di Cologno Monzese (come del resto faxare o scannerizzare) che ogni Mediaset-affiliata per amor del Capo e senso di appartenenza alla holding berlusconiana tenta di introiettare nel linguaggio, insieme a un fiorito bouquet dialettale selezionato tra le migliori hit meneghine raccolte durante gli aperitivi nella rigorosa top ten dei locali della Milano da bere.

Il terzo e ultimo pilastro, infine, dovrebbe decretare che dati i chiari di luna che si prospettano al paese, non conterà molto nel prossimo segreto dell'urna chi trombonerà molto, quanto piuttosto chi ruberà poco. O quasi niente. Giacché, com'è ancora consuetudine in questo paese, la cartella elettorale non è distribuita con parsimonia alla sola intellighenzia illuminata di sinistra, ma assai più volgarmente ai tanti italiani che non si stracciano le vesti al pensiero delle vestali, che se pensano a Bersani automaticamente pregano Berlusconi di ricandidarsi augurandogli lunga vita. Perché, in fondo, l'unica cosa che non gli perdonano è di aver nobilitato quel "ciarpame senza pudore" con incarichi immaginifici nella pubblica amministrazione. Incarichi sottratti alla meritocrazia, ai figli universitari, ai nipoti disoccupati.

Basta Ruby, Minetti e le olgettine, chi sta raschiano il barile vorrebbe oggi il pieno benzina. Vorrebbe il lavoro, la riduzione delle imposte, e un apparato statale che funzioni e che non ti stritoli nella burocrazia inefficiente. Vorrebbe la rinascita economica di questo paese. Vorrebbe quello che ti promette chi ti promette la luna. Ma lo vorrebbe vedere realizzato.

Per il resto, facciamocene una ragione, agli italiani Mr. Cucu-alla-Merkel in fondo in fondo piace perchè li rappresenta. Se poi sbertuccia la tedescona eurotiranna per il suo didietro indesiderabile, ecco il paese si sente un po' anche legittimamente vendicato.

E va da se che dopo il burlesque "Leggere Lolita a Villa Certosa" finirà per rimbalzare fra le carte di Ghedini come epilogo letterario con soundtrack di Apicella nella svolta culturale delle cene eleganti. 

Assestando il colpo di grazia alla povera Ilda la rossa.



Una canottiera non basta quando si fa sera
post pubblicato in Primo Piano, il 9 aprile 2012

di Claudia Svampa

Giuliano Ferrara scrive sul Foglio una messa cantata a Bossi tale che il Giornale la sintetizza con un “Nessuno infanghi la canottiera che cambiò il Paese”. Poi aggiunge una portentosa lista di Chissenefrega maiuscoli all’indirizzo dei diplomi, delle lauree e dei macchinoni a uso del cerchio magico, della Rosi Mauro e del suo boyfriend canterino, della moglie del Capo e delle sue stregonerie. Purché non si tocchi quella canottiera.

Ma viene da obiettare a Ferrara che certe volte è proprio grazie a una canottiera indossata troppo a lungo che ti becchi la polmonite. Succede che arriva l’imbrunire ed è tempo di coprirsi. Di pararsi dai colpi di vento improvvisi, o sottostimati. E ecco che zacchete, sei fregato!

Bossi con quella canottiera perennemente addosso è rimasto troppo esposto alle correnti. Questo è stato il suo più grande errore: non infilarsi una felpa quando si fa sera. 

Poco importa quanto appassionino politicamente le ampolle del Po, i raduni di Pontida, la teatralità della base secessionista e delle camicie verdi sgargianti, o l’ideologia federalista di Gianfranco Miglio.

Conta invece  la “parte indignata” che se in Ferrara “è morta, se mai sia vissuta” è, al contrario, viva e vegeta in molte persone, non solo leghiste, non solo padane.

Delle lauree e dei diplomi di figli e famigli, di “nere” che siedono alla vicepresidenza del Senato, di mogli arpie e fattucchiere, di autisti bancomat e culi nudi a questo paese interessa eccome. O almeno dovrebbe interessare parecchio.

Se è vero che questa pioggia di denaro che salda i conti è denaro degli italiani. Distratto ai suoi usi per essere speso a proprio piacimento.

Per paccate di titoli di studio farlocchi acquistati su eBay sezione Regno Unito. Per accaparrarsi scuole, case, terrazze, e piastrellame. Per spesare ristoranti del Trota, automobili del fratellone del Trota e arcate dentali del fratellino del Trota.

Se questo è accaduto non c’é canottiera inconsapevole e lisa e solitaria che lo giustifichi. E tantomeno i Chissenefrega di Ferrara e il suo conclusivo “chi ha il diritto di parlare?”.

Ha il diritto di parlare ogni singolo militante di partito che ci ha messo anima e core nel consegnare potere e fiducia nelle mani del suo leader. Hanno diritto di parlare tutte le persone oneste che nella Lega sono state schizzate dal fango dei disonesti.

Ma soprattutto il diritto di parlare appartiene a tutti gli italiani che ancora hanno voglia di credere in questo Paese. Che ancora pretendono di essere governati con serietà e onestà. Che ancora pensano di investire il loro tempo nello studio, nella cultura, nell’impegno dentro le aule universitarie, quelle vere.

Ecco, non ha solo il diritto, ma anche il dovere di parlare chiunque creda che non sia ancora arrivato il momento di arrendersi alla corruzione e al nepotismo. Chi ritiene di non doversi sottomettere alla litania del così fan tutti che illumina le colpe di ieri di Rutelli per snellire quelle di oggi di Bossi.

Ha il dovere di parlare chi non intende giustificare attraverso l’esaltazione di un passato limpido o glorioso un presente grondante di errori e responsabilità. E chi ha il dovere di parlare ha diritto di ripudiare quel Chissenefrega di troppo, quanto i musici di Kooly Noody.

Perché invece a noi frega.

Il martirio di Amina, la ragazzina uccisa tre volte
post pubblicato in Primo Piano, il 16 marzo 2012
                                           

di Claudia Svampa

Amina è stata uccisa tre volte: il giorno del suo stupro, il giorno delle sue nozze, e sabato scorso, il giorno del suo suicidio. Il silenzio intorno al sacrificio di questa sedicenne marocchina potrebbe regalargli la sua quarta morte.

Amina Al Filali fino a qualche mese fa era una ragazzina non ancora sedicenne, che abitava con la sua famiglia a Larache, vicino Tangeri, in Marocco, nella normalità della sua vita di adolescente, fra scuola, famiglia, amiche e tanti sogni per il futuro.

Sei mesi fa Amina subisce una violenza sessuale da parte di un uomo. Violenza che la famiglia, e più esattamente suo padre - vista la minore età della ragazza - prontamente denuncia perché chi ha violato la sua bambina paghi il suo debito almeno con la giustizia.

In Marocco la legge prevede per crimini analoghi una pena in caso di condanna dai cinque ai dieci anni di carcere. Anni che raddoppiano dai 10 ai 20 se la vittima è minorenne. E Amina lo è, non ha ancora compiuto 16 anni.

Il codice penale marocchino, tuttavia, non parla espressamente, nel suo articolo 475, di violenza fisica contro le donne, ma piuttosto di crimine per il quale deve essere punito il “rapitore”, tanto che, nel caso in cui vittima e carnefice accettano di sposarsi l’autore della violenza non è più perseguibile, evitando così il carcere.

Non soltanto. La perdita della verginità per una ragazzina marocchina, anche se dovuta a un atto di violenza subito, rappresenta per la famiglia comunque un disonore e la pressoché certezza che la vittima non troverà mai un uomo disposto, un giorno, a contrarre matrimonio con lei.

Devono essere state da una parte le pressioni della famiglia dello stupratore che proponendo le nozze avrebbe facilmente evitato il carcere, dall’altra il retaggio culturale di una figlia ormai “disonorata” dalla violenza subita, ad aver indotto il padre di Amina a concedere in sposa sua figlia 16 enne all’uomo che l’aveva stuprata.

La soluzione all’onta subita ristabilisce i criteri sociali di rispettabilità delle due famiglie, condannando invece Amina a un orrore senza fine: avere davanti agli occhi il suo aguzzino per il resto della vita.

Amina é costretta a sposare quell’uomo al quale il padre ha regalato il privilegio di non finire in carcere, di essere servito e rispettato dalla moglie bambina, di continuare a stuprarla impunemente, di acquisire tutti i diritti padronali su di lei e di violare ogni forma di dignità umana su un’adolescente che crea orrore chiamare sposa.

Amina, nel suo immenso dramma finisce per fare la fine del topo, intrappolata e senza vie di fuga. E allora questa fine decide di percorrerla fino in fondo. Ingerendo lo scorso fine settimana, una massiccia dose di veleno per ratti. Uccidendosi. Uscendo di scena così, in silenzio, dal suo matrimonio forzato, dalla sua famiglia debole, dalla società che l’ha trattata come un ratto. E a lei non é rimasto che servirsi del veleno per i ratti, unica possibilità di scampo da una condanna a vita perfino peggiore della morte.



Robinson: se lo scontro è tra donne diventa scazzo da lavandaie
post pubblicato in Primo Piano, il 10 marzo 2012
                                          

di Claudia Svampa

Più che un esordio su Rai 3 la prima puntata di Robinson condotta da Luisella Costamagna si è rivelata un epitaffio. E non solo per l’affondo immediatamente impresso alla conduttrice, rea di aver attentato alla sacra mitologia che accompagna l’ex ministra più bella del mondo, ormai, a suo dire, relegata sugli scranni meno in vista e meno comodi di Montecitorio.

Ma soprattutto perchè, dalla stampa ufficiale alle recensioni ancora più autorevoli - quelle dell’ormai referenziatissimo universo twitter - tutti si sono affannati a descrivere il faccia a faccia fra le due donne nell’unica maniera in cui viene percepito uno scontro fra due persone di sesso femminile : rissa, battibecco, sfida o infelicemente sintetizzato da Dagospia come uno scazzo da lavandaie.

L’epitaffio è alla tanto sbandierata e mai consumata par conditio con i colleghi maschi, visto che, se non si indossa la cravatta ma il tacco 12, non viene concesso l’onore delle armi del confronto. Viene derubricato a puro scazzo, o al massimo avvenente scazzo.

La verità forse è un’altra. La verità è che non siamo capaci di ascoltarle le donne. Continuiamo solo a guardarle. Soprattutto se sono belle donne. O giovani. O comunque ancora in età da appetiti maschili.

Probabilmente lo scazzo da lavandaie conserva nella sua accezione quel senso di sottile effetto seduttivo che un irrinunciabile maschilismo culturale non può fare a meno di sfoderare.

Probabilmente non ci saranno mai abbastanza governi Monti o ministri Fornero in Italia per riuscire a compiere quel passo in più, quel passo che ci distanzia dal resto dell’Europa, per riuscire ad argomentare sulle donne senza pregiudizi atavici.

Il confronto Costamagna e Carfagna poteva essere letto in altro modo: magari sottolineando che pur formata alla scuola di Santoro la conduttrice, al saldo del suo maestro avrebbe dovuto sottrarre percentuali di irosa emotività e investire su massicce dosi di autoritarismo, pur sempre concesse a una padrona di casa.

Magari di Mara Carfagna si sarebbe potuto osservare che pur con un linguaggio da bignami dell’oratoria politica da seconda repubblica, ha comunque saputo tenere testa a domande incalzanti e scomode, certamente non concordate con la giornalista. Eccezione fatta, naturalmente per l’obnubilato ricordo dei contenuti della tesi di laurea dove fin anche le orsoline, con ricordi ben più datati e pensieri quotidiani assai più distanti dalle cose terrene, sono apparse sensibilmente più lucide.

Invece della Carfagna e della Costamagna si è parlato di uno scazzo da lavandaie. Che appiccicato addosso a loro, alla loro avvenenza, a quei due corpi femminili per i quali la testa, nel giudizio è solo un bel viso, diventano un match quasi erotico, da lottatrici immerse nel fango della critica dell’ennesimo usurato reality.

Comunque seducentemente avvinghiate e artigliate l’una accanto all’altra. Perché i vecchi retaggi sono duri a morire. Forse non moriranno mai del tutto.

E come amava affermare un infelice e tristemente granitico editore di un noto quotidiano in relazione alle giornaliste della sua testata: “le donne in un giornale le vedo in un’unica posizione: orizzontale”.




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permalink | inviato da FRONTEPAGINA il 10/3/2012 alle 20:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
FreeRossella, le trattative della diplomazia inquinate dal clamore della rete
post pubblicato in Primo Piano, il 4 marzo 2012
Per Rossella Urru, ora il silenzio è oro. Lo starnazzare mediatico è follia. Perché rappresenta il miglio appiglio per alzare la posta in gioco, per far saltare gli accordi, per spezzare quel filo sottile come un capello che è la speranza e l'impegno di portarla a casa sana e salva



di Claudia Svampa

In primo luogo, in un paese culturalmente accettabile, ci si aspetterebbe che tutti i direttori che hanno pubblicato, dandola per certa, la notizia della liberazione di Rossella Urru solo grazie al proliferare dei twitters sui social network facessero pubblica ammenda per l’errore commesso.

Di questo giornalismo che, privilegiando la corsa contro il tempo, ha profondamente smarrito il senso delle fonti, l’accuratezza e la serietà dell’informazione data, se ne ha ormai un dilagante rigetto.

Ma non solo. Chi siede dietro una scrivania alla direzione di una testata, come chi si occupa di esteri, deve necessariamente sapere che la vita di un ostaggio come la cooperante italiana è appesa a un filo sottile come un capello, teso fra le mani della diplomazia italiana e quelle dei terroristi islamici. Che non rappresentano un’entità definita, un interlocutore concreto e attendibile con cui poter negoziare sotto i riflettori, e a cui fare pressione con i canali della pubblica informazione.

I familiari della ragazza hanno tutto il comprensibile bisogno di voler mantenere alta l’attenzione sul caso, terrorizzati dalla paura che silenzio e oblio possano rappresentare assonanze che rischiano di mettere in pericolo il ritorno a casa della loro Rossella. Ma questo è un diritto legittimo che appartiene solo a loro.

L’interlocutore di un paziente ammalato è e resta il suo medico, non i forum della rete. Quello dei familiari di un cittadino sequestrato in zone a rischio è e resta il ministero degli affari Esteri, l’unità di crisi della Farnesina, la diplomazia italiana. Non i fans club di showmen, cantautori, calciatori, attori o politici in upgrading di visibilità.

Una variopinta e calorosa italianità collettiva e partecipe, ma che, con ogni probabilità, occupandosi di altro nella vita, difficilmente identificherebbe l’acronimo AQMI con Al Qaida nel Maghreb Islamico, collocandolo come un movimento terroristico operante nel sud dell’Algeria e in stretta collaborazione espansionistica con Boko Haram, la setta integralista islamica nigeriana il cui nome significa letteralmente “l’educazione occidentale è peccato”.

Non a caso sugli edifici pubblici non campeggia il volto giovane e sorridente di FreeRossella, bensì la foto in divisa di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò italiani in stato di fermo in India per i quali una buona dose di pressione mediatica non può che avere un impatto positivo e negoziale sul governo indiano.

Per Rossella invece il silenzio è oro. Lo starnazzare mediatico è follia. Perché rappresenta il miglior appiglio per alzare la posta in gioco, per far saltare gli accordi, per spezzare quel filo sottile come un capello che è la speranza e l’impegno di portarla a casa sana e salva.

Se Rossella Urru riuscirà a tornare ai suoi cari e al suo paese sarà grazie al duro lavoro di mediazione intrapreso, alla capacità, nonostante tutto il clamore mediatico inutile, di mantenere saldo quel filo sottile della trattativa portandolo a buon fine.

Se qualcosa non dovesse andare per il verso giusto - e ci auguriamo profondamente che ciò non accada - non si potrà minimizzare l’effetto dirompente che può aver avuto, nelle battute finali di un lungo negoziato per nulla facile e scontato, l’essere stati costretti a operare con il fiato sul collo degli hashtags, dei retweets e delle centinaia di migliaia di followers sollecitati dai personaggi del mondo dello spettacolo, molto più consci delle potenzialità mediatiche dei loro fans club che dell’identità dei sequestratori della Urru e della loro suscettibile pericolosità.

E a Rossella Urru, che attendiamo prestissimo a casa, solo un piccolo suggerimento: eviti di aprirsi un profilo Twitter.



Quale stagione nel Sahel dopo la primavera araba?
post pubblicato in Primo Piano, il 6 febbraio 2012
                                         

di Lamorak

Per la sua posizione geografica e per la politica panafricana adottata dal suo leader negli anni passati, la Libia è stata un polo di attrazione per moltissimi sub-sahariani in cerca di condizioni di vita migliori a causa di povertà, conflitti, carestie o per ragioni climatiche.

Per molti è stato altresì determinante, il miraggio di poter emigrare in Italia e quindi in Europa attraverso il Mediterraneo sulle “rotte dei disperati”.

Altri ancora, durante il conflitto libico, sono entrati come mercenari a far parte delle milizie lealiste del colonnello Muammar Al-Qadafi, sperando di ottenere non solo benefici economici ma anche un nuovo status.

La crisi libica, a seguito delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nr.1970 e 1973, ha visto lo scorso anno il deciso intervento della NATO legittimata ad utilizzare “all necessary measures” per proteggere la popolazione civile e ha avuto conseguenze drammatiche sul fronte umanitario. La situazione infatti non ha riguardato solo il Paese interessato, ma ha coinvolto anche molti Stati della regione saheliana come Algeria, Ciad, Egitto, Mali, Mauritania, Niger e Tunisia, un territorio di circa 8.000.000 di chilometri quadrati pari a un quarto del Continente africano.

Gli effetti della crisi nell’area sono stati diversi a seconda del livello delle relazioni politiche ed economiche che intercorrevano tra il singolo Paese e la Libia e ,oltre sul piano umanitario, hanno avuto un forte impatto sulla sicurezza e sullo sviluppo.

In questi Paesi infatti si sono riversati centinaia di migliaia di profughi (circa 210.000 secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni; più di 400.000, secondo i governi dei Paesi interessati) la cui gestione ha coinvolto in alcuni casi gli organismi internazionali ed ha richiesto la solidarietà della comunità internazionale. Molti sono però rientrati nelle loro comunità di origine e si sono ritrovati senza alcun mezzo di sostentamento in una realtà di sottosviluppo e di estrema povertà, condizioni che hanno alimentato il disagio sociale sia in termini politici, sia nel contesto della sicurezza.

Qui occorre inoltre registrare il problema dell’aumento del traffico di armi e munizioni di ogni genere che potrebbero essere vendute ad organizzazioni terroristiche come Al Qaeda del Maghreb Islamico (AQMI), Boko Haram, al Shabaab in Somalia e ad altre organizzazioni criminali che hanno recentemente incrementato le loro attività e che si stanno saldando in una azione comune che potrebbe portare ad una grave destabilizzazione di tutto il continente africano e potrebbe incidere sulle condizioni di sicurezza dell’Europa e dell’America.

Di fronte a tale pericolo occorrerà adottare sia a livello europeo che in seno all’ONU delle politiche concrete per sostenere i Governi di quei Paesi che sono più esposti alle azioni terroristiche ed evitare che l’Africa si trasformi in un contenitore di “failed states” dove fanatismo religioso e conflitti interrazziali impediscano ogni spazio alla costruzione di un percorso di democrazia e di sviluppo. Ma anche il venir meno dei cospicui investimenti che il regime di Gheddafi realizzava dagli anni ’90 nella regione e delle rimesse degli emigrati sta avendo effetti sulle condizioni di sviluppo. Il peggioramento delle condizioni di sicurezza, inoltre, ha influito negativamente sul turismo e sullo sviluppo economico, oltre ad aver stimolato un aumento delle spese nel settore della difesa (ad es. del 65% in Niger) a scapito di quelle per i servizi sociali.

Cosa fare in concreto? Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha analizzato l’impatto del fenomeno descritto e ha indicato alcune ipotesi di azione sia sul fronte regionale che in un contesto internazionale. Ma occorre agire con rapidità e convinzione per favorire il reinserimento socio-professionale di coloro che sono rientrati (o che intendono rientrare) nei Paesi di origine e ciò attraverso programmi di formazione in loco accompagnati da azioni mirate di cooperazione allo sviluppo. Occorre creare inoltre le condizioni per evitare trasferimenti di massa incontrollati che potrebbero ulteriormente destabilizzare l’area saheliana e andare ad incrementare un bacino già cospicuo di terrorismo, criminalità e traffico di esseri umani. Oggi non è più sufficiente il solo impegno bilaterale dove i singoli Paesi cercano di far convergere interessi legati al border control o di tipo più squisitamente politico e economico. Il problema è globale e richiede soluzioni condivise in un quadro di cooperazione a più livelli, multilaterale, regionale e sub regionale. Alle sfide demografiche al climate change e all’impoverimento delle risorse energetiche, si affiancheranno in misura crescente i temi dell’impatto del terrorismo e del crimine organizzato transnazionale sulla pace, sulla sicurezza e la stabilità dell’Africa.

Alla fine di questo mese avrà la Presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il Togo, un Paese africano che potrà forse sollecitare l’attenzione della comunità internazionale su questi temi per “accompagnare” una nuova stagione africana.


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