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Quale stagione nel Sahel dopo la primavera araba?
post pubblicato in Primo Piano, il 6 febbraio 2012
                                         

di Lamorak

Per la sua posizione geografica e per la politica panafricana adottata dal suo leader negli anni passati, la Libia è stata un polo di attrazione per moltissimi sub-sahariani in cerca di condizioni di vita migliori a causa di povertà, conflitti, carestie o per ragioni climatiche.

Per molti è stato altresì determinante, il miraggio di poter emigrare in Italia e quindi in Europa attraverso il Mediterraneo sulle “rotte dei disperati”.

Altri ancora, durante il conflitto libico, sono entrati come mercenari a far parte delle milizie lealiste del colonnello Muammar Al-Qadafi, sperando di ottenere non solo benefici economici ma anche un nuovo status.

La crisi libica, a seguito delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nr.1970 e 1973, ha visto lo scorso anno il deciso intervento della NATO legittimata ad utilizzare “all necessary measures” per proteggere la popolazione civile e ha avuto conseguenze drammatiche sul fronte umanitario. La situazione infatti non ha riguardato solo il Paese interessato, ma ha coinvolto anche molti Stati della regione saheliana come Algeria, Ciad, Egitto, Mali, Mauritania, Niger e Tunisia, un territorio di circa 8.000.000 di chilometri quadrati pari a un quarto del Continente africano.

Gli effetti della crisi nell’area sono stati diversi a seconda del livello delle relazioni politiche ed economiche che intercorrevano tra il singolo Paese e la Libia e ,oltre sul piano umanitario, hanno avuto un forte impatto sulla sicurezza e sullo sviluppo.

In questi Paesi infatti si sono riversati centinaia di migliaia di profughi (circa 210.000 secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni; più di 400.000, secondo i governi dei Paesi interessati) la cui gestione ha coinvolto in alcuni casi gli organismi internazionali ed ha richiesto la solidarietà della comunità internazionale. Molti sono però rientrati nelle loro comunità di origine e si sono ritrovati senza alcun mezzo di sostentamento in una realtà di sottosviluppo e di estrema povertà, condizioni che hanno alimentato il disagio sociale sia in termini politici, sia nel contesto della sicurezza.

Qui occorre inoltre registrare il problema dell’aumento del traffico di armi e munizioni di ogni genere che potrebbero essere vendute ad organizzazioni terroristiche come Al Qaeda del Maghreb Islamico (AQMI), Boko Haram, al Shabaab in Somalia e ad altre organizzazioni criminali che hanno recentemente incrementato le loro attività e che si stanno saldando in una azione comune che potrebbe portare ad una grave destabilizzazione di tutto il continente africano e potrebbe incidere sulle condizioni di sicurezza dell’Europa e dell’America.

Di fronte a tale pericolo occorrerà adottare sia a livello europeo che in seno all’ONU delle politiche concrete per sostenere i Governi di quei Paesi che sono più esposti alle azioni terroristiche ed evitare che l’Africa si trasformi in un contenitore di “failed states” dove fanatismo religioso e conflitti interrazziali impediscano ogni spazio alla costruzione di un percorso di democrazia e di sviluppo. Ma anche il venir meno dei cospicui investimenti che il regime di Gheddafi realizzava dagli anni ’90 nella regione e delle rimesse degli emigrati sta avendo effetti sulle condizioni di sviluppo. Il peggioramento delle condizioni di sicurezza, inoltre, ha influito negativamente sul turismo e sullo sviluppo economico, oltre ad aver stimolato un aumento delle spese nel settore della difesa (ad es. del 65% in Niger) a scapito di quelle per i servizi sociali.

Cosa fare in concreto? Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha analizzato l’impatto del fenomeno descritto e ha indicato alcune ipotesi di azione sia sul fronte regionale che in un contesto internazionale. Ma occorre agire con rapidità e convinzione per favorire il reinserimento socio-professionale di coloro che sono rientrati (o che intendono rientrare) nei Paesi di origine e ciò attraverso programmi di formazione in loco accompagnati da azioni mirate di cooperazione allo sviluppo. Occorre creare inoltre le condizioni per evitare trasferimenti di massa incontrollati che potrebbero ulteriormente destabilizzare l’area saheliana e andare ad incrementare un bacino già cospicuo di terrorismo, criminalità e traffico di esseri umani. Oggi non è più sufficiente il solo impegno bilaterale dove i singoli Paesi cercano di far convergere interessi legati al border control o di tipo più squisitamente politico e economico. Il problema è globale e richiede soluzioni condivise in un quadro di cooperazione a più livelli, multilaterale, regionale e sub regionale. Alle sfide demografiche al climate change e all’impoverimento delle risorse energetiche, si affiancheranno in misura crescente i temi dell’impatto del terrorismo e del crimine organizzato transnazionale sulla pace, sulla sicurezza e la stabilità dell’Africa.

Alla fine di questo mese avrà la Presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il Togo, un Paese africano che potrà forse sollecitare l’attenzione della comunità internazionale su questi temi per “accompagnare” una nuova stagione africana.


Naufragio Concordia: cola a picco la sicurezza
post pubblicato in Primo Piano, il 14 gennaio 2012

                      


di Claudia Svampa

E’ sempre troppo scontato descrivere una tragedia come annunciata dopo che un fatto drammatico si è compiuto. Ma vedere questa mattina la Costa Concordia abbattuta, inclinata a 80° e immobile nelle acque ferme del mediterraneo, come una balena agonizzante spiaggiata di fronte al Giglio, non può non riportare alla mente mezze frasi, commenti strappati e racconti raccolti nelle sei crociere trascorse a bordo delle navi Costa che proprio di un’inevitabile tragedia parlavano in caso di emergenza in mare.

A fronte di tre morti accertati, 14 feriti e soprattutto 60-70 dispersi, le parole ombrose, dette guardando di sottecchi, da vecchi uomini di mare che ormai, sulle navi Costa erano diventati dinosauri prossimi alla pensione, riaffiorano come premonizioni. “Ma lo vede tutto questo personale fatto di filippini e sudamericani? Ma si chiede che cosa potrebbero fare in caso di emergenza in mare?” sbottò una volta un maître di sala ligure, una vita trascorsa sulle navi, e ormai non più sotto schiaffo dalle schede di valutazione di fine crociera, dove i passeggeri ingnari, segnano il destino lavorativo del personale di bordo.

Ma il maître ligure non fu il solo. Si aggiunse il napoletano, il siculo e altri ancora delle vecchie leve del personale di bordo che in Costa lavoravano da decenni, ad alimentare il coro che una nave non è un hotel, e che col mare non si scherza. La politica di assunzioni a basso costo che la compagnia di navigazione portava avanti da anni a loro non andava proprio giù.

Non solo perchè questo aveva irrimediabilmente svalutato il loro salario e la loro professionalità, ma anche e soprattutto, dicevano perchè “equipaggi non preparati ad affrontare il mare e le sue emergenze, ma formati solo per il servizio in camera o ai tavoli, non sono in grado di gestire panico e emergenza con i passeggeri, e possono creare un pericolo serio nella navigazione in mare”.

Il pericolo che ieri sera si è materializzato negli occhi terrorizzati degli ospiti della Concordia, che si sono sentiti abbandonati, soli, non assistiti, nell’orrore del remake del Titanic, perchè, per quanto preparati, non possono essere solo gli ufficiali a gestire un’evacuazione di massa di un gigante del mare come la Concordia.

La realtà è che da anni ormai Costa Crociere ha cambiato il personale a bordo delle proprie navi a favore di una massiccia politica di assunzione di equipaggi stranieri, provenienti in gran parte da paesi dove il costo del lavoro è più contenuto (Messico, Perù, Ecuador, Filippine, Malesia).

Dipendenti impiegati prevalentemente nella gestione hoteliera (camerieri al piano e addetti alle pulizie delle cabine) e nella ristorazione (camerieri ai tavoli dei ristoranti, al self service, e ai bar) che tuttavia, spesso nella navigazione in mare appaiono smarriti, sofferenti in caso di cattive condizioni del mare, impreparati dunque a gestire se stessi in caso di emergenza e ancor più i passeggeri a bordo.

Il fattore linguistico poi costituisce un’ulteriore problema fra il personale di bordo a diretto contatto con il pubblico e i passeggeri. Ad esclusione del front office, dell’ufficio escursioni e degli ufficiali di bordo, il restante personale ha scarsa familiarità con la lingua italiana, anche se, paradossalmente è proprio italiano il maggior numero di passeggeri che viaggiano con Costa.

E non va meglio con l’inglese, il francese o il tedesco, mentre è quasi esclusivamente lo spagnolo ad essere la lingua veicolare fra dipendenti e passeggeri se si cerca un minimo di comunicazione che vada oltre oltre gli scambi informativi di routine. Come ad esempio potrebbe accadere in caso di emergenza.

L’affondamento della Concordia resterà probabilmente nella storia della compagnia una delle pagine più tragiche e inspiegabili fra gli incidenti in mare, per la dinamica degli eventi.

Le vittime però non saranno solo conseguenza di questo incidente: panico, terrore, caos, paura che generano pericolo nelle fasi dell’evacuazione, e soprattutto la scarsa assistenza, sono responsabilità dirette del personale di navigazione che la compagnia ha ritenuto idoneo anche per queste eventualità e che con ogni probabilità e molte previsioni non lo era affatto.

L’immagine Costa non potrà che rimanere irrimediabilmente scheggiata da questo incredibile incidente: ma ben oltre l’errore umano - laddove dimostrato - di una rotta sbagliata, resterà imperdonabile l’inadeguatezza gestionale dell’evacuazione. La capacità del comandante di trascinare la nave sotto costa e i soccorsi terrestri hanno limitato il bilancio delle vittime, ma cosa sarebbe accaduto ai quasi 4000 passeggeri in caso di incidente a largo? Una strage?

L’illusione di trascorrere una vacanza vivendo su una città galleggiante e in movimento non dovrebbe mai lasciare in secondo piano un rispettoso pensiero verso il mare e le sue bizzarrie. Queste vacanze chiamate crociere, vestite sempre più con gli abiti del villaggio globale, glamour o low-cost a seconda della stagione, del pubblico e della destinazione, invece, sembrano averlo dimenticato, a tutto discapito della prevenzione e della sicurezza dei passeggeri.


Islam politico e autunno Occidentale
post pubblicato in Primo Piano, il 1 novembre 2011

                                            

di Safir

L'islam politico è un fenomeno che ormai non può e forse non deve essere fermato, ma l'avanzata islamica crea preoccupazione sia nel mondo arabo che in Occidente, dove già si parla di "un autunno islamista" dai tratti iraniani.

In Tunisia, il successo di Ennahda fa temere che possa essere rimesso in discussione il modo di vivere delle donne che dispongono di uno statuto giuridico invidiato nella regione (la legge sul divorzio, così come l'abolizione della poligamia sono stati tra i più grandi successi, esempio in tutto il Maghreb), ma anche in Libia, le dichiarazioni dell'ex capo del Consiglio nazionale di transizione, Abdel Jalil, sull'adozione della legge islamica hanno suscitato inquietudine e la "sedimentazione religiosa" comincia ad avere i suoi effetti. Il nuovo governo che sarà formato a breve, sotto la guida di Abdul Raheem Al Qib, dovrà raccogliere o scansare talune tentazioni.

Anche Ghannouchi non sembra rassicurare più di tanto l'Occidente poichè è considerato assai vicino al leader dei Fratelli Musulmani, Yussuf Qradawi che vive in Qatar, Paese da cui sono giunti finanziamenti per Ennahda. Quale potrà essere il livello di indipendenza della nuova leadership tunisina, su tali basi? Anche le sue recenti dichiarazioni su un tema caldo come l'immigrazione lasciano da pensare. Ghannouchi ha voluto sottolineare come la Tunisia "non molesterà più l'Europa con i suoi giovani emigranti clandestini, in quanto non vogliamo più far dono all'Europa dei nostri giovani diplomati".

In Tunisia Ennahda, una volta conquistato il potere, mostrerà tutti i propri limiti. Dovrá "fare i conti" con i partiti salafiti esclusi dall'agone elettorale, ma che hanno un seguito nel Paese e potranno ricostituire quel dissenso che sotto il precedente regime non ha potuto esprimere la sua influenza.

Ennadha sarà costretta a scendere a compromessi e a cercare alleanze per formare un Governo credibile, non avendo ottenuto la maggioranza. Ci sarà un periodo di transizione fino a quando gli altri partiti riusciranno ad organizzarsi. Nel frattempo, la gente si renderà conto che la capacità dei gruppi islamici di trovare soluzioni miracolose è una mera illusione. Nuovi scontri caratterizzeranno questa fase e saranno soprattutto i partiti più fondamentalisti a beneficiarne.

D'altro canto, mentre in passato gli islamici ottenevano la loro legittimità dalla lotta contro i presidenti Mubarak e Ben Ali, ora dovranno ritrovare una loro identità.

Ottenuta la libertà, i cittadini arabi non accetteranno più nuove imposizioni. Finita l'epoca del leader unico, del partito unico, i movimenti laici dovranno vigilare e creare delle barriere di fronte ai rischi di derive islamiste.

I giovani che hanno dato vita alla 'primavera araba', seguendo la parola di Obama ad Al Azhar, non devono ricadere in una società bloccata ma dovranno trovare la forza di andare oltre le facili spinte integraliste e dimostrare che una democrazia dell'islam è possibile.

L'islam politico guarda alla Turchia di Erdogan. Passato attraverso il laicismo del padre dei turchi, Ataturk, si è trasformato in un islam contemporaneo e cosmopolita, dove emerge una "grandeur neo-ottomana" che ambisce a divenire punto di riferimento nella regione, soprattutto in vista dei nuovi equilibri geopolitici che verranno.

Nubi tempestose si addensano poi sempre più minacciose in Medio Oriente dove, Siria & co. stanno vivendo la loro "primavera" e il processo di pace israelo-palestinese non trova alcun impulso in avanti. Anzi il clima viene ulteriormente esacerbato (e inaspettatamente) dalla proposta di Khaled, principe della famiglia saudita, di aumentare il premio da 100.000 a un milione di dollari per quanti rapiranno un soldato israeliano, in risposta alla taglia di 100.000 dollari posta da una famiglia israeliana sulla testa di un palestinese che ha commesso crimini nei propri confronti.

Mentre gli USA, i grandi artefici della stagione araba, vivendo anch'essi una dicotomia relazionale con Israele, stanno ricercando una vantaggiosa ricomposizione dello scacchiere mediorientale e nordafricano, preparandosi ad assestare il colpo finale al loro acerrimo nemico, l'Iran. E nuovi rapporti vanno definendosi tra le nuove compagini governative arabe e Israele, le cui prospettive non saranno rosee. Ma il crescente isolamento di Israele, dinnanzi alle profonde divisione dei suoi nemici, rischia comunque di aumentare la sua forza.

L'Europa, dal canto suo, se vorrà assumere un ruolo, dovrà assolutamente mostrare il suo peso politico e non lasciare soli i Paesi dell'area mediterranea; ma Lady Ashton non sembra aver colto l'attimo per modellare la prima tessera del mosaico. La Commissione europea, allo stesso modo, a parte le deboli proposte dei "partenariati di mobilità" per i paesi maghrebini, non sembra avere compreso che l'influenza su temi come sviluppo, democrazia, immigrazione e sicurezza, si gioca ora. Il rischio altrimenti continuerà ad essere quello di antagonizzare gli Stati membri che cercheranno singolarmente di aumentare la propria sfera di influenza nell'area senza costruire una base programmatica comune né costituire quella necessaria "massa critica", ad oggi unico motore di una sempre più debole Unione Europea.

La luce magica di iSteve. Goodbye genius
post pubblicato in Primo Piano, il 6 ottobre 2011
                                           

di Claudia Svampa

Nella categoria people, tag “baciati dalla fortuna” , ci sono per lo più uomini nati con la camicia. Molti meno venuti al mondo con la bacchetta magica in mano: ecco Steve Jobs non aveva neanche bisogno della bacchetta magica, era magia pura. 

Ha vissuto ogni giorno della sua vita come fosse il suo ultimo, meraviglioso giorno. Tanto pareva sufficiente perchè quell'ultimo maledettissimo giorno per lui non potesse arrivare mai. 

Uno che in una manciata di anni ha saputo trasformare un casermone antiestetico, difficile da utilizzare e concepito per il lavoro - ovvero un computer - in un oggetto di design, facilissimo da maneggiare e indispensabile nella vita sociale: ovvero un Mac.

Uno che dal palco dell'università californiana di Stanford pronunciava ai neolaureati del campus il suo discorso-mito: “abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno già cosa voi volete davvero diventare. Tutto il resto è secondario". Peccato che il suo di cuore e la sua di intuizione gli avevano suggerito anni prima di diventare guru dell'Apple staccando la spina accademica senza laurearsi. E lui lo raccontava candido, dal pulpito dell'ateneo.

Uno che il logo più amato al mondo, la mela bianca morsicata, non l'ha dato alla luce fra slideshows e brainstorming, fra doglie e contrazioni. No, Jobs quella meletta la stava smangiucchiando nel suo ufficio-garage-capanno e quando ha avuto bisogno di un logo, così su due piedi, se l'è ritrovato già in mano. Perfetto, divino. E l'ha deposto nella mangiatoia, come la Madonna il bambinello, senza parto, senza doglie. 

Uno che, con un cancro agguerrito e famelico - perchè anche i cancri hanno un terreno d'elezione, e uno rarissimo al pancreas è alquanto snob, e per habitat si sceglie Jobs, mica un cristiano qualsiasi - con quel cancro dicevamo ci si era messo in società, trasformando la sua bestia oncologica, affamata di peso e cellule, nel suo spettacolare curatore d'immagine: quant'era più bello, più carismatico, più solido - pur nella sua fragilità fisica - il guru di Apple in questi ultimi anni da eroe creativo?

Uno che ha trasformato il destino segnato di una vocale insipida come la “i” : la più snobbata fra le cinque vocali alfabetiche anche dai cultori della materia, i lattanti, giacchè non sa esprimere lo stupore della “o” nè il compiacimento della “a” e neanche il risolino della “e”. Ecco uno come Jobs quella “i” inutile e minuscola l'aveva riciclata dal suo nulla per trasformarla in pensiero, anzi in sintesi di pensiero, in concept. Il concept di iPod, di iPhone, di iPad. Il concept lanciato nel prossimo futuro di iCloud, e dilagante nel presente dell' iGenerations.  

Uno che a far parlare face-to-face in videoconferenza internazionale tramite iPhone non ci aveva messo due testimonial vippetti, o due amministratori delegati, o due sex-and-the-city newyorkesi. No, ci aveva messo due immigrati. E non due disperati da spot sociale. Ma due tipi di seconda generazione, integrati e affermati, in comunicazione oltre oceano con le famiglie d'origine africane, indiane, sudamericane. Ci aveva messo il futuro, la vera integrazione che probabilmente noi non saremo mai in grado di costruire per i nostri figli, mentre lui l'ha regalata già anche ai nostri pronipoti.  

Goodbye genius iSteve: che la tua magia resista intatta. Come il tuo nome, non più terreno ma per sempre immortale.
Manhattan: the day before tomorrow
post pubblicato in Primo Piano, il 27 agosto 2011
                                          

Ieri sera ho lasciato Manhattan sotto una pioggerellina leggera. Clima mite e umidità entro limiti accettabili.

Partenza alle 21.40 dal JFK lasciandomi alle spalle una città con scaffali dei supermercati traboccanti di ogni sorta di acque minerali - agli americani piacciono da sempre, magari aromatizzate all’uva spina o al cedro verde - pane, tomato sauces, marmellate, steaks, würstel di ogni genere e, naturalmente batterie e torce elettriche. 

La Fifth Avenue - come ogni giorno dell’anno - era stipata di turisti, e sgombra di sacchetti di sabbia. Lo store di Abercrombie, come quello dell’Apple e il terzo piano di Tiffany (braccialetti e collanine in argento con l’irrinunciabile must a forma di cuore “Return to Tiffany”) erano la solita little Italy di nuova concezione: migliaia di italiani, in fila almeno un‘ora, per riportare a casa la felpa Abercrombie & Fitch, l’iphone 4 (rigorosamente da jailbreakare perché quello americano in Italia non funziona) o il ciondolino Tiffany (i più gettonati dell’estate 2011 erano le riproduzioni del pacchetto verde acqua Tiffany con fiocco bianco e la bustina shopping negli stessi colori). 

Nove ore di volo, neanche un minuto di ritardo, e ritrovo sulla stampa italiana una Manhattan da catastrophic movie.

Come se, nel volgere di una notte, tutti i newyorkesi avessero assaltato supermercati e stores per approvvigionarsi in vista di un attacco alieno. Generi di prima necessità esauriti, scazzottate per un’ultima bottiglia di acqua minerale, pop corn introvabili, mancano solo le telecronache dei donuts e del burro d’arachidi venduti a borse nera e la sceneggiatura è completa. 

Un pò come la storia del terremoto di qualche giorno fa. Che grazie alla provvidenza c’è stato di giorno, altrimenti io, insieme a un’ingente massa di connazionali a New York avremmo passato la notte in bianco a tranquillizzare parenti e amici in Italia convinti dai notiziari che i propri congiunti si trovassero sotto le macerie dei grattacieli venuti giù come burro fuso a causa del terrificante sisma. 

Invece, il terremoto a Manhattan, non l’ha sentito nessuno che non fosse ai piani alti di un grattacielo. E anche chi da lì su ha oscillato, non ci ha messo troppo a scendere in strada e capire che nulla di preoccupante stava accadendo: Central Park brulicava di turisti e americani sdraiati sui prati fra hot dog e gelati, Fifth, Madison e Park Avenue proseguivano placide lo struscio dello shopping, Battery Park imbarcava regolarmente per Ellis Island e la statua della Libertà e anche Time Square gorgogliava di manine che facevano ciao-ciao sul maxi schermo al centro della piazza per finire nell’inquadratura della foto ricordo. 

Irene, il “devastante” uragano, arriverà probabilmente domani a New York, avendo peraltro perso forza nel percorso ed essendo sceso da categoria 2 a 1. Che una città come New York abbia preparato un piano di evacuazione dalle zone a rischio inondazione appare una misura precauzionale ragionevole. Che il fine sia quello di ridurre al massimo i danni e quindi i costi sembra più verosimile dello scenario apocalittico da rischio tzunami paventato dai media. 

Anche perchè, enfatizzando improbabili catastrofi a beneficio degli ascolti, la possibilità di determinare vittime collaterali all’informazione può diventare realtà. A cominciare, ad esempio, da tutte le persone anziane parcheggiate ad agosto davanti alla tv e che, avendo congiunti a New York, rischiano seriamente un infarto avendo come unica fonte di informazione i Tg.

Claudia Svampa



I Parolisi: uomini che mentono troppo
post pubblicato in Terzo Piano, il 5 giugno 2011
Salvatore Parolisi è con evidente chiarezza la scansione dettagliata di una perniciosa categoria maschile troppo spesso sottovalutata: quella degli uomini che mentono troppo


                                                  


Non servono i referti dei Ris o i risultati autoptici sul corpo di Melania Rea, la mamma 29enne uccisa in un boschetto, perché il marito Salvatore Parolisi possa essere giudicato rispetto alle sue provate responsabilità. 

Basterebbe un giudice minorile coraggioso e responsabile che valutasse con obiettività - al di la dell’esito del lavoro degli investigatori sull’autore dell’omicidio - che padre potrà essere un uomo che ha saputo solo mentire. 

Perché, se è vero che una bimba di un anno e mezzo che ha appena perso la mamma non può che avere un bisogno immenso dell’unico genitore che le resta per crescere, è altrettanto vero che un outlet ambulante di menzogne - quale è stato Parolisi probabilmente per tutta la sua vita matrimoniale, di coppia e non solo - difficilmente potrà essere quel genitore “superstite” in grado di riuscire finanche a compensare l’assenza di una mamma fin dalla più tenera età. 

Parolisi non solo ha tradito la sua compagna mentre lei aspettava la loro bambina - atto vile perché rivolto contro una donna in uno stato di fragilità fisica ed emotiva che solo i codardi sanno compiere - non solo l’ha tradita a ripetizione utilizzando l’unico strumento seduttivo a sua disposizione, la posizione professionale (che equivale a pagare una donna ma per un bugiardo cronico, capace di mentire anche a se stesso, può essere letto come atto di conquista) ma ha mentito a chiunque si sia imbattuto sulla sua strada. Familiari, inquirenti, probabilmente colleghi e amici. 

Perché Salvatore Parolisi è con evidente chiarezza la scansione dettagliata di una perniciosa categoria maschile troppo spesso sottovalutata: quella degli uomini che mentono troppo. E quel “troppo”, che è decisamente oltre il limite del “molto”, indica uomini talmente pericolosi da essere incapaci di non mentire, in primis a se stessi. 

Per questo Parolisi non potrà mai essere in grado di allevare sua figlia. Perché incapace di comprendere il male che è in grado di farsi e di fare a chi ha accanto. Indipendentemente dalle sue eventuali responsabilità nell’omicidio della moglie e che farebbero di lui un uomo ancor peggiore, un bugiardo assassino. 

Parolisi ricalca in modo impressionante il profilo da manuale in un trattato di psicologia: il paziente ambizioso e frustrato incapace di essere se stesso con i propri lati positivi (che altri gli riconoscerebbero anche ma lui non sarà mai in grado di vedere o di considerarli tali) e con le proprie debolezze che non accetterà mai, poiché la sua smodata ambizione lo porterà a rincorrere un modello superiore al suo, costruendosi un’identità interiore ed esteriore fatta di falsità e menzogne. 

Il paziente Parolisi è colui che investirà tutte le sue energie nella ricerca del successo professionale, non già per passione lavorativa, quanto perché quello sarà l’unico paravento sociale dietro il quale potrà occultare la vera percezione di se stesso: il disprezzo per non essere la persona che sarebbe voluta essere. 

E’ il paziente che si costruisce una realtà familiare borghese e apparentemente perfetta: una moglie innamorata, carina e intelligente, in armonia con se stessa e quindi rassicurante, generosa nei sentimenti al punto tale da non accorgersi di essere manipolata. Una moglie con il senso forte della famiglia e una spiccata attitudine alla maternità in senso lato. 

Una moglie con la quale farà dei figli con i quali non saprà mai rapportarsi, che amerà nella misura in cui saranno espressione del suo successo e delle sue aspettative (belli, intelligenti, dotati) che, diversamente, non saprebbe mai accettare e allevare. Una moglie che, comunque, tradirà in ogni modo, e su ogni piano, negandolo ogni giorno della sua vita.
 
La tradirà fisicamente, quando lei realizzerà quel progetto di coppia che è mettere al mondo un figlio insieme. E lui proprio attraverso quel tradimento esprimerà inconsapevolmente il suo sottrarsi da quel progetto d’amore che è un figlio e la sua inadeguatezza rispetto alla responsabilità della paternità. 

La tradirà annientando ogni forma di comunicazione gratificante e ogni convergenza emotiva, attraverso la soppressione della verità. Imposterà una vita di piccole menzogne quotidiane, una sorta di palestra d’allenamento che avvelenerà la realtà a poco a poco, giorno dopo giorno, intorpidendo l’istinto del dubbio della partner e facendola scivolare nel senso di colpa del non saper dare fiducia. La accuserà di essere la carnefice della sua buona fede, fingendosi vittima e ribaltando la realtà. 

La tradirà ancor più negandole la seduttività femminile che realmente lui non percepirà in quanto non sarà in grado di viverla come oggetto di desiderio e amore (non avendola scelta in base a ciò) ma che mai ammetterà. 

Il paziente Parolisi farà sempre vivere la propria donna nel perenne dubbio di non essere sufficientemente attraente, anche se bella, giovane o desiderabile da qualsiasi altro uomo. Cercherà di ingannarla ridimensionandone le aspettative e le verità, quasi “consolando” i sensi di colpa femminili con proclami di moralità sulla sessualità esuberante altrui. 

Tenterà di persuaderla che un suo calo di desiderio è solo la momentanea conseguenza di un’armonia non del tutto perfetta nella coppia, è l’effetto indesiderato delle piccole tensioni quotidiane in cui scarseggiano sorrisi e carezze e coccole. Perché lui si definirà, con enfasi e soddisfazione, un uomo ben “diverso” dal banale maschio italico che ha sempre il sesso stampato nel cervello. Lui si considererà un insieme “armonico” anche nei suoi bisogni e non soggetto alle mere e volgari pulsioni delle masse. 

La tradirà ferocemente anche in questo perchè, al contrario, lui sarà ben più ostaggio del sesso di quanto possa esserlo un camionista sotto viagra. Ma il suo sarà sempre un sesso malato, vissuto in solitudine con se stesso, con la pornografia ossessiva ed estrema del web, con rapporti mercenari, o, al più, occasionali. Condito una tantum di doverose prestazioni coniugali a sconfessare le lunghissime astinenze. 

Un sesso che non sarà mai appagante in tutti i suoi aspetti perché a sostenerlo ci sarà solo il sotterfugio, l’illecito, il bisogno di ferire qualcun altro, mai l’attrazione fisica, la passione o l’amore. E che, con ogni evidenza, non conoscerà mai la libertà sessuale. Un sesso che non avrà nulla di bello, in fondo, neanche per lui, un sesso malato e basta. Pur sapendolo non lo ammetterà mai. 
Il paziente Parolisi se irrimediabilmente scoperto nella sua perenne menzogna, continuerà a negare, sempre con più aggressività, violenza e rabbia. E’ un malato che, spostando artificialmente i suoi limiti sempre più, ne ha ormai perso il controllo ed è sprofondato in un baratro di coscienza senza più confini. 

Per proteggere quel castello di carta che è la costruzione artificiale del suo io, una volta fermato, distruggerà tutto ciò che fino ad allora ha costruito intorno a se. 
Poco cambia, in psicologia, se questa distruzione avverrà “soltanto” nelle sfere emotive e affettive delle persone che nel tempo sono state sacrificate all’interno suo progetto di costruzione artificiale o se, materialmente, si consumerà nell’eliminazione fisica delle vittime che non accetteranno più il suo inganno. La differenza la farà il codice penale e la criminologia. 

Tuttavia non vi è dubbio che, anche in assenza di violenza fisica fino all’estreme conseguenze, il paziente Parolisi sia espressione evidente di inadeguatezza totale a svolgere il ruolo più delicato, amorevole e sincero che un uomo sia chiamato a ricoprire nella vita: quello di padre. 

Claudia Svampa




La quota rosa di Mara Carfagna
post pubblicato in Primo Piano, il 16 marzo 2011
                                                     

Poi parleremo di quote rosa. Perchè prima, almeno oggi, al nome di Mara Carfagna il colore che più si addice è il rosso. Rosso sulle gote, ad esempio, perchè più che di altezzosa superiorità la signora delle non pari opportunità oggi avrebbe bisogno di esibire un po' di sano senso del pudore.

Quel desueto sentimento che serviva a mantenere stabili i confini tra gli onesti e i furbetti, tra la verità e la bugia, tra il presentarsi come collega del marito di un'altra e l'esserne additata quale amante.

Mara Carfagna è riuscita a collezionare, nella sua improvvisa e folgorante carriera di ministra più bella del mondo un record presso chè impossibile da emulare anche per le più ambiziose e avvenenti superfan arcorine bungabunghiste: quello di aver sdoganato l'outing a mezzo stampa non di una ma addirittura di due “cornute doc” in una manciata di anni di legislatura, entrambe signore dallo stile riservato che pure hanno reso pubblica la sua passione privata per i loro rispettivi mariti.

E nemmeno due signore di secondo piano: una la first lady Veronica Lario coniugata Berlusconi, l'altra la produttrice televisiva di lungo corso Gabriella Buontempo moglie di Bocchino. Due tipe insomma che in piazza non hanno mai messo volentieri la propria biografia ufficiale, figuriamoci la web cam della stanza da letto.

E se quest'ultima liaison di Mara Carfagna ha almeno il pregio giornalistico di metterci al riparo da ogni futura querela all'ingrosso nell'accostare il Bocchino alla Carfagna, non si può non chiedersi se per scrollarsi tanto faticosamente di dosso l'immagine chiacchierata - concomitante con il suo ingresso a Montecitorio - di sussurrata coprotagonista di intercettazioni telefoniche a luci rosse e battutine da caserma sul sesso orale, fosse proprio indispensabile lasciarsi andare ad un inciucio fedifrago con un accappatoio di cotone bianco e un collega di militanza nera di nome Bocchino...

E ora le quote rosa. Citiamo l'agenzia AGI del 9 marzo scorso: "Interventi come quello sulle quote rosa nei Cda, che ha avuto oggi un via libera importante - ha detto il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna - possono aiutare a cambiare l'immagine della donna. Questa e' l'immagine della donna che intendiamo sostenere e diffondere". Da donna a donne, ministro, è lecito nutrire qualche ragionevole sospetto e preventiva presa di distanza da quell'immagine di donna che a noi fiorisce in mente quando parlate di “sostegno” e “diffusione”?

Saremo senza dubbio tutte un po' avanti con gli anni e infinitamente meno calendarizzabili al suo cospetto, tuttavia il rosa delle sue quote ci sembra viri, vagamente, verso un rosso ruby-rubino, un rosso un pelino hot per comprenderne a pieno il concetto di pari opportunità.

Non che ognuno in camera da letto non possa fare ciò che vuole e con chi vuole, ci mancherebbe, ma così, a spanna, suonerebbe più glorioso appendersi la medaglietta del solito idraulico collaudato dalla tradizione, del personal trainer o del parquettista etnico gnocco piuttosto che bissare il sospetto di una relazione-di-sostegno maturata in ambito professionale.

Perchè poi anche le mogli ne hanno un po' le balle esauste di passare sempre per allocche ancor quando sono le prime a percepire i fastidiosi fremiti della passioncina che inebria. E alla fine scatta, inesorabile, quella vendetta trasversale e storica che rende pubblico il televoto dello sputtanamento. Questione di sopravvivenza fra impari opportunità.

Giacchè molte mogli tra i mariti altrui e il proprio - sarà l'esperienza di lungo corso – non vedono alla fin fine questo gran salto della cavallina. Avrà certamente modo di verificarlo a breve, convolando a giuste nozze, ma entrambe le categorie, a lungo andare e ad ancor più lungo convivere, finiscono sempre per lasciare tanto la tavoletta del wc alzata quanto il tubetto del dentifricio strizzato al centro. Che siedano a destra o a sinistra.

Da intriganti chef una tantum nel quotidiano sviluppano tutti una comune idiosincrasia per la spesa settimanale, i colloqui con gli insegnanti dei figli e una fastidiosa avversione per il cesto della biancheria sporca. Entrambe le categorie infine nel ménage a due hanno maggiore attitudine ad attribuire alla compagna più che una quota-rosa una una quota-parte della loro vita, e raramente, creda, è quella principale e di migliore qualità.

Ma c'è dell'altro in chi in realtà non ha un gran bisogno di quote perchè si sa quotare da sola e sapendo quanto vale sa come farlo valere.

Si chiama dignità, altro termine desueto ma incontestabilmente prezioso per scolpirsi il fisico nella migliore palestra del mondo: quella delle proprie forze, capacità e impegno, che attribuisce alle camere da letto la magia dei luoghi più attraenti e divertenti del parco giochi della vita, e non i crediti strategici da agenda lavorativa. Altrimenti come avvertiva Honorè de Balzac “una notte d'amore è un libro letto in meno”. E magari proprio quel libro in più sarebbe stato illuminante.

Claudia Svampa

“Rasiamo il pratino” alla Radice?
post pubblicato in Ascensore, il 14 maggio 2010

Il tormentone del nuovo spot pubblicitario della Winkilson "rasa il pratino" riferito alla depilazione intima femminile spopola nel web, su Youtube, ed è già diventato una suoneria per cellulari. Le donne non l'hanno presa propriamente bene, ma lei, il direttore creativo Daniela Radice, l'estirpazione del pelo superfluo deve averla nel DNA.

 

Ecco lo spot su YouTube: www.youtube.com/watch

 

 

Comunicazione pubblicitaria. Se penso alla donna nella pubblicità di Martini mi esalto. Quel filo che sfila l’orlo e offre una progressiva visuale posteriore targata Charlize Theron è un inno alla bellezza: sintesi perfetta di femminilità, erotismo, stile.  

 

Se penso alle donne negli spot di Intimissimi mi commuovo. Calzini rosa in culla, calze confetto a danza, collant fumè alla laurea, autoreggenti pallide alle nozze: superato l’effetto stucchevole del flou-melò-nazional-borghese quelle donne sono decisamente socialmente elegibili. Molto più della Polverini.

 

Se penso all’immagine femminile attraverso la “patatina” che a Rocco Siffredi è sempre piaciuta, mi scandalizzo per la censura. Un ex pornodivo molto ex e poco pornodivo, patetico con “quella” patatina in mano, fa semmai più danno a se stesso che alle detentrici ufficiali di patatine.

 

Se penso alla reclame di Vagisil ammetto di essermi preoccupata. Assistevamo, quotidianamente informate ai pasti principali, a un’imbarazzante epidemia di pruriti e bruciori intimi, mediaticamente pandemici quanto l’H1N1.  Poi, come la suina, anche la vagina irritata di Vagisil si è rivelata una bufala, con buona pace di molte donne.

 

Ma se penso a “rasa il pratino” sogno Johnny Depp in “Edward mani di forbice”. Perché  “rasa il pratino” è un colpo di stato al genere femminile ad opera della comunicazione. E’ un attentato firmato dalla pubblicità. E’ il terrorismo contro la privacy della gnocca. E’ lo sdoganamento del “faccela-vedè-faccela-toccà” corale. E’ la legittimazione, per il cassiere del supermercato, a fissarti la Jolanda ammiccando sornione: “la rade a triangolo, a cuore o a persianina?”

 

Perché dovremo passare la prossima estate,col  primo pelo pubico fuori sede, a sentirci intonare dal vicino di ombrellone “rasa il pratino?”

 

Semplice. Perché per pubblicizzare un prodotto della Wilkinson, il “Quattro for Women Bikini”  - rasoio per zone intime waterproof, con manico ergonomico e soprattutto dotato di formine a cuore, triangolo, freccia o fiore per personalizzare la depilazione filo-mutanda - una simpatica creativa dal cognome curiosamente a tema, Daniela Radice, si è inventata, arrivando ad esserne orgogliosa, quanto segue.

 

Tre lelly-kelly cresciutelle e multietniche - l’europea, l’africana e l’asiatica -  tacchetti e musetti a corredo, sgambettano in giardino,  rincorrono un tagliaerba rosa-barbie, potano siepi a forma di cuore, triangolo e grattacielo, poi, naturalmente, rasano il pratino.  Il tutto intonando cori felici: “se ti senti ruvidina dai una bella spuntatina”, “foresta selvaggia basta, spazza via tutti quei rasta”, “quando il bosco è un po’ troppo fosco, e col giardino è un casino…rasa il pratino!”

 

Evitando di addentrarci nella versione inglese della pubblicità dove i doppi sensi sono dominanti (i tulipani “tulips” tenuti tra le gambe sono anche “two-lips” due labbra, il micetto che viene orribilmente rasato nello spot è bivalentemente  “pussy”) un fatto resta certo: su “rasa il pratino” si invochi non solo la censura ma il commissariamento dell’agenzia pubblicitaria. Prima ancora di commissariare il Salaria sporting village di Diego Anemone, perché,  diciamocela tutta, meglio chi ti fa “vedere le stelle” che chi ti scopre “ruvidina”.

 

E si richieda una perizia psichiatrica per il management della Wilkinson, la committenza che ha dato prova di comportamenti fortementi lesivi del brand aziendale.

 

Quanto a Daniela Radice, direttore creativo JWT/RMG Connect e responsabile del team che ha lavorato sul progetto c’è una sola soluzione: “rasare il pratino alla Radice”, pubblicizzando nella pratica il nuovo prodotto per il quale ha realizzato la campagna e di cui riesce a dirsi "entusiasta". Operazione da compiere nel corso di una cerimonia pubblica, ripresa in full HD e postata su Youtube. E alla quale, siamo certi, la signora Daniela Radice, amante delle potenzialità del marketing virale,  non vorrà sottrarsi.

 

Claudia Svampa

 

La Rai di Masi: come "resistere in Zimbabwe"
post pubblicato in Primo Piano, il 13 marzo 2010

                                                                  

Protestantesimo, la rubrica religiosa di RAIDUE ha sospeso nella puntata del 22 febbraio scorso due servizi televisivi che sarebbero dovuti andare in onda. I servizi previsti su Rosarno e sulla Costituzione sono stati considerati “troppo politici” in questo periodo pre-elettorale.

La recentissima legge in materia di informazione pubblica stabilisce che fino al 12 aprile i programmi televisivi non riconducibili ad una testata giornalistica “non possono trattare temi di evidente rilevanza politica ed elettorale”. AL posto del servizio "Dopo Rosarno" è andato in onda "Resistere in Zimbabwe".  

Probabile tentativo di esercitazione paramilitare per il direttore della Rai Mauro Masi alla luce dell'intercettazione telefonica con   Giancarlo Innocenzi (Agcom) in cui commenta "nemmeno nello Zimbabwe"  le pressioni e gli interventi del premier contro la trasmissione di Michele Santoro AnnoZero.

Per ironia della sorte l'editoriale della puntata del 22 febbraio a cura di Massimo Aquilante aveva come titolo "Settimana della libertà".

www.claudiasvampa.it


Paolo Naso, autore del servizio "Dopo Rosarno" affida a una missiva che pubblichiamo integralmente l'amarezza e lo sconcerto per la deriva verso la quale sta andando la libera informazione in Italia.

 

Care amiche, cari amici,

vi scrivo a titolo personale per comunicarvi che il mio servizio
televisivo intitolato "Dopo Rosarno" messo in palinsesto all¹interno
della puntata di Protestantesimo (RAIDUE) di domenica 21 febbraio
(repliche il 22 ed il 1 marzo), non andrà in onda.

La ragione è che l'ufficio legale della RAI ha valutato il servizio in
contrasto con la normativa vigente relativa alla programmazione
televisiva nel corso della campagna elettorale. In particolare una
norma ammonisce le rubriche non giornalistiche - Protestantesimo è
rubrica religiosa - a non affrontare temi collegati o collegabili alla
campagna elettorale.

Pertanto il mio servizio - a quanto mi dicono decisamente apprezzato
per qualità giornalistica e capacità d'inchiesta da parte della stessa
direzione di rete ­ non è andato in onda perché affrontava un tema
"politico".

Precisazioni di rito: nel programma non appariva alcun politico né
alcun candidato ad alcuna carica; non esprimevo giudizi politici né su
temi locali né nazionali. Semplicemente facevo parlare alcune persone
e mostravo alcune immagini della realtà di Rosarno di oggi.

Ad esempio quelle delle ruspe della protezione civile che
"bonificavano" - ed ancora una volta le parole sono pietre - l'area
dell'ex Opera Sila dove negli ultimi anni si sono concentrati migliaia
di immigrati. Le telecamere mostravano gli oggetti di vita quotidiana
di migliaia di braccianti africani - quelli che la cronaca solitamente
definisce ³clandestini² - gettati dalle finestre e raccolti da una
pale meccanica. Pezzi di vita dissacrati e gettati in una discarica
insieme a mille speranze.

Mostravo anche le immagini della rivolta disperata seguita a due
sparatorie che avevano portato in ospedale alcuni ³braccianti
africani²: li chiamerò così per restituire con il lessico quella
dignità che la società e la politica hanno tolto loro. Brutte e tristi
immagini di violenza, di chi non sa più distinguere tra il mafioso e
la vittima della mafia, tra il rosarnese democratico e civile e quello
che imbraccia il fucile per ³andare a sparare ai negri². Come in
Alabama negli anni '30 e '40.

Inoltre raccoglievo delle testimonianze: quella del rosarnese furioso
con i media per l'immagine che avrebbero dato della sua città, che
testimonia con Indulgenza razzista che in fin dei conti chi ha sparato
lo ha fatto "soltanto con fucili ad aria compressa, a pallini...".

Raccontavo ovviamente anche l'altra Rosarno, quella che ha paura di se
stessa. delle sue pulsioni razziste e violente e che prova a costruire
un altro rapporto con i braccianti neri: Giuseppe ha una storia
dolorosa alle spalle e, forse proprio per questo, ha tentato la strada
del dialogo e dell'amicizia con gli immigrati. "Con loro ho vissuto il
più bel capodanno della mia vita" affermava di fronte alle telecamere.
E mi mostra un video girato con il telefonino in cui balla, canta e
prega in mezzo a centinaia di amici africani.

Raccontavo anche la solidarietà delle chiese evangeliche della
Calabria e della Sicilia che seguivano gli africani quando erano a
Rosarno e cercano di farlo ancora oggi mentre sono in temporanea
diaspora: da Siracusa ad Amsterdam, da Roma a Bergamo.

Il documentario proponeva anche le considerazioni tecniche di una
sindacalista e di un economista - Tonino Perna - i quali descrivevano
il sistema di sfruttamento della manodopera immigrata: 20-25 euro al
giorno al meglio, senza contributi né assicurazioni. Un sistema -
spiegava Perna - che si potrebbe trasformare, come ad esempio è
accaduto nella vicina Riace, costruendo cooperative di consumo,
accorciando la filiera dei passaggi di intermediazione, migliorando il
prodotto ed aprendo nuovi mercati.

Un'altra Rosarno, insomma, è possibile. E "dopo Rosarno" non c'è solo
violenza e disperazione ma anche un impegno e una speranza. Lo
spiegava con parole teologicamente molto intense il pastore Aquilante,
presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. E
proprio per questo il 17 febbraio, ricordando le libertà civili
concesse da Carlo Alberto ai valdesi, gli evangelici italiani hanno
riflettuto anche di Rosarno, di quello che è successo e del futuro che
si può provare a costruire.

Non so che cosa questo c'entri con le imminenti elezioni. Di Rosarno -
ormai metafora de un'Italia incapace di gestire le immigrazioni -
nessuno vuole parlare. So che la rubrica cattolica "A sua immagine",
solo qualche giorno fa era incappata nella stessa norma ma alla fine,
grazie a un intervento del Quirinale, il servizio era andato in onda
ugualmente. Protestantesimo ovviamente non ha analoghi sostegni
istituzionali.

Concludendo: il mio servizio voleva buttare un piccolo fascio di luce
su questa realtà. Ma nell'Italia di oggi anche pochi minuti di una
rubrica religiosa nascosta nelle pieghe più remote del palinsesto
televisivo desta sospetti e si espone alle censure di chi controlla
culturalmente e politicamente il sistema della comunicazione. Questa è
l¹Italia di oggi. Ed allora meglio guardare Sanremo ed abbandonarsi
alle nostalgie patriottico nazionalistiche di Emanuele Filiberto. E
tra poco ricomincia l'Isola dei famosi. Allegria! avrebbe detto il
grande Mike.

Un caro saluto,

Paolo Naso

L'inizio
post pubblicato in Primo Piano, il 1 settembre 2009

Inizia una nuova avventura per l'agenzia FRONTEPAGINA. Dopo due anni di pubblicazioni dirette ai nostri abbonati abbiamo deciso di rivolgerci al variegato pubblico della rete.

Questo spazio, che percorriamo in punta di piedi, con la curiosità e lo stupore di scoprire cosa scoveremo strada facendo, lo abbiamo concepito come l'ingresso in un nuovo condominio.

Primo Piano sarà la nostra rubrica legata all'attualità, agli argomenti che per primi incontreremo, i più vicini e immediati.

Secondo Piano vorremo fosse una sezione dove poter riannodare fatti rimasti tra le pagine dei giornali e dei ricordi senza aver trovato un epilogo. Quel tanto detto, di un pò di tempo fà che tuttavia non è mai giunto a una conclusione.

Terzo Piano sarà invece quel piano nobile della riflessione, della cultura, dello scambio di opinioni e commenti che forse non è mai abbastanza in una società aperta.

E infine l'Ascensore, un su e giù che vi lasceremo scoprire piano dopo piano.

Red.FRONTEPAGINA

 

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