.
Annunci online

FreeRossella, le trattative della diplomazia inquinate dal clamore della rete
post pubblicato in Primo Piano, il 4 marzo 2012
Per Rossella Urru, ora il silenzio è oro. Lo starnazzare mediatico è follia. Perché rappresenta il miglio appiglio per alzare la posta in gioco, per far saltare gli accordi, per spezzare quel filo sottile come un capello che è la speranza e l'impegno di portarla a casa sana e salva



di Claudia Svampa

In primo luogo, in un paese culturalmente accettabile, ci si aspetterebbe che tutti i direttori che hanno pubblicato, dandola per certa, la notizia della liberazione di Rossella Urru solo grazie al proliferare dei twitters sui social network facessero pubblica ammenda per l’errore commesso.

Di questo giornalismo che, privilegiando la corsa contro il tempo, ha profondamente smarrito il senso delle fonti, l’accuratezza e la serietà dell’informazione data, se ne ha ormai un dilagante rigetto.

Ma non solo. Chi siede dietro una scrivania alla direzione di una testata, come chi si occupa di esteri, deve necessariamente sapere che la vita di un ostaggio come la cooperante italiana è appesa a un filo sottile come un capello, teso fra le mani della diplomazia italiana e quelle dei terroristi islamici. Che non rappresentano un’entità definita, un interlocutore concreto e attendibile con cui poter negoziare sotto i riflettori, e a cui fare pressione con i canali della pubblica informazione.

I familiari della ragazza hanno tutto il comprensibile bisogno di voler mantenere alta l’attenzione sul caso, terrorizzati dalla paura che silenzio e oblio possano rappresentare assonanze che rischiano di mettere in pericolo il ritorno a casa della loro Rossella. Ma questo è un diritto legittimo che appartiene solo a loro.

L’interlocutore di un paziente ammalato è e resta il suo medico, non i forum della rete. Quello dei familiari di un cittadino sequestrato in zone a rischio è e resta il ministero degli affari Esteri, l’unità di crisi della Farnesina, la diplomazia italiana. Non i fans club di showmen, cantautori, calciatori, attori o politici in upgrading di visibilità.

Una variopinta e calorosa italianità collettiva e partecipe, ma che, con ogni probabilità, occupandosi di altro nella vita, difficilmente identificherebbe l’acronimo AQMI con Al Qaida nel Maghreb Islamico, collocandolo come un movimento terroristico operante nel sud dell’Algeria e in stretta collaborazione espansionistica con Boko Haram, la setta integralista islamica nigeriana il cui nome significa letteralmente “l’educazione occidentale è peccato”.

Non a caso sugli edifici pubblici non campeggia il volto giovane e sorridente di FreeRossella, bensì la foto in divisa di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò italiani in stato di fermo in India per i quali una buona dose di pressione mediatica non può che avere un impatto positivo e negoziale sul governo indiano.

Per Rossella invece il silenzio è oro. Lo starnazzare mediatico è follia. Perché rappresenta il miglior appiglio per alzare la posta in gioco, per far saltare gli accordi, per spezzare quel filo sottile come un capello che è la speranza e l’impegno di portarla a casa sana e salva.

Se Rossella Urru riuscirà a tornare ai suoi cari e al suo paese sarà grazie al duro lavoro di mediazione intrapreso, alla capacità, nonostante tutto il clamore mediatico inutile, di mantenere saldo quel filo sottile della trattativa portandolo a buon fine.

Se qualcosa non dovesse andare per il verso giusto - e ci auguriamo profondamente che ciò non accada - non si potrà minimizzare l’effetto dirompente che può aver avuto, nelle battute finali di un lungo negoziato per nulla facile e scontato, l’essere stati costretti a operare con il fiato sul collo degli hashtags, dei retweets e delle centinaia di migliaia di followers sollecitati dai personaggi del mondo dello spettacolo, molto più consci delle potenzialità mediatiche dei loro fans club che dell’identità dei sequestratori della Urru e della loro suscettibile pericolosità.

E a Rossella Urru, che attendiamo prestissimo a casa, solo un piccolo suggerimento: eviti di aprirsi un profilo Twitter.



Naufragio Concordia: cola a picco la sicurezza
post pubblicato in Primo Piano, il 14 gennaio 2012

                      


di Claudia Svampa

E’ sempre troppo scontato descrivere una tragedia come annunciata dopo che un fatto drammatico si è compiuto. Ma vedere questa mattina la Costa Concordia abbattuta, inclinata a 80° e immobile nelle acque ferme del mediterraneo, come una balena agonizzante spiaggiata di fronte al Giglio, non può non riportare alla mente mezze frasi, commenti strappati e racconti raccolti nelle sei crociere trascorse a bordo delle navi Costa che proprio di un’inevitabile tragedia parlavano in caso di emergenza in mare.

A fronte di tre morti accertati, 14 feriti e soprattutto 60-70 dispersi, le parole ombrose, dette guardando di sottecchi, da vecchi uomini di mare che ormai, sulle navi Costa erano diventati dinosauri prossimi alla pensione, riaffiorano come premonizioni. “Ma lo vede tutto questo personale fatto di filippini e sudamericani? Ma si chiede che cosa potrebbero fare in caso di emergenza in mare?” sbottò una volta un maître di sala ligure, una vita trascorsa sulle navi, e ormai non più sotto schiaffo dalle schede di valutazione di fine crociera, dove i passeggeri ingnari, segnano il destino lavorativo del personale di bordo.

Ma il maître ligure non fu il solo. Si aggiunse il napoletano, il siculo e altri ancora delle vecchie leve del personale di bordo che in Costa lavoravano da decenni, ad alimentare il coro che una nave non è un hotel, e che col mare non si scherza. La politica di assunzioni a basso costo che la compagnia di navigazione portava avanti da anni a loro non andava proprio giù.

Non solo perchè questo aveva irrimediabilmente svalutato il loro salario e la loro professionalità, ma anche e soprattutto, dicevano perchè “equipaggi non preparati ad affrontare il mare e le sue emergenze, ma formati solo per il servizio in camera o ai tavoli, non sono in grado di gestire panico e emergenza con i passeggeri, e possono creare un pericolo serio nella navigazione in mare”.

Il pericolo che ieri sera si è materializzato negli occhi terrorizzati degli ospiti della Concordia, che si sono sentiti abbandonati, soli, non assistiti, nell’orrore del remake del Titanic, perchè, per quanto preparati, non possono essere solo gli ufficiali a gestire un’evacuazione di massa di un gigante del mare come la Concordia.

La realtà è che da anni ormai Costa Crociere ha cambiato il personale a bordo delle proprie navi a favore di una massiccia politica di assunzione di equipaggi stranieri, provenienti in gran parte da paesi dove il costo del lavoro è più contenuto (Messico, Perù, Ecuador, Filippine, Malesia).

Dipendenti impiegati prevalentemente nella gestione hoteliera (camerieri al piano e addetti alle pulizie delle cabine) e nella ristorazione (camerieri ai tavoli dei ristoranti, al self service, e ai bar) che tuttavia, spesso nella navigazione in mare appaiono smarriti, sofferenti in caso di cattive condizioni del mare, impreparati dunque a gestire se stessi in caso di emergenza e ancor più i passeggeri a bordo.

Il fattore linguistico poi costituisce un’ulteriore problema fra il personale di bordo a diretto contatto con il pubblico e i passeggeri. Ad esclusione del front office, dell’ufficio escursioni e degli ufficiali di bordo, il restante personale ha scarsa familiarità con la lingua italiana, anche se, paradossalmente è proprio italiano il maggior numero di passeggeri che viaggiano con Costa.

E non va meglio con l’inglese, il francese o il tedesco, mentre è quasi esclusivamente lo spagnolo ad essere la lingua veicolare fra dipendenti e passeggeri se si cerca un minimo di comunicazione che vada oltre oltre gli scambi informativi di routine. Come ad esempio potrebbe accadere in caso di emergenza.

L’affondamento della Concordia resterà probabilmente nella storia della compagnia una delle pagine più tragiche e inspiegabili fra gli incidenti in mare, per la dinamica degli eventi.

Le vittime però non saranno solo conseguenza di questo incidente: panico, terrore, caos, paura che generano pericolo nelle fasi dell’evacuazione, e soprattutto la scarsa assistenza, sono responsabilità dirette del personale di navigazione che la compagnia ha ritenuto idoneo anche per queste eventualità e che con ogni probabilità e molte previsioni non lo era affatto.

L’immagine Costa non potrà che rimanere irrimediabilmente scheggiata da questo incredibile incidente: ma ben oltre l’errore umano - laddove dimostrato - di una rotta sbagliata, resterà imperdonabile l’inadeguatezza gestionale dell’evacuazione. La capacità del comandante di trascinare la nave sotto costa e i soccorsi terrestri hanno limitato il bilancio delle vittime, ma cosa sarebbe accaduto ai quasi 4000 passeggeri in caso di incidente a largo? Una strage?

L’illusione di trascorrere una vacanza vivendo su una città galleggiante e in movimento non dovrebbe mai lasciare in secondo piano un rispettoso pensiero verso il mare e le sue bizzarrie. Queste vacanze chiamate crociere, vestite sempre più con gli abiti del villaggio globale, glamour o low-cost a seconda della stagione, del pubblico e della destinazione, invece, sembrano averlo dimenticato, a tutto discapito della prevenzione e della sicurezza dei passeggeri.


La luce magica di iSteve. Goodbye genius
post pubblicato in Primo Piano, il 6 ottobre 2011
                                           

di Claudia Svampa

Nella categoria people, tag “baciati dalla fortuna” , ci sono per lo più uomini nati con la camicia. Molti meno venuti al mondo con la bacchetta magica in mano: ecco Steve Jobs non aveva neanche bisogno della bacchetta magica, era magia pura. 

Ha vissuto ogni giorno della sua vita come fosse il suo ultimo, meraviglioso giorno. Tanto pareva sufficiente perchè quell'ultimo maledettissimo giorno per lui non potesse arrivare mai. 

Uno che in una manciata di anni ha saputo trasformare un casermone antiestetico, difficile da utilizzare e concepito per il lavoro - ovvero un computer - in un oggetto di design, facilissimo da maneggiare e indispensabile nella vita sociale: ovvero un Mac.

Uno che dal palco dell'università californiana di Stanford pronunciava ai neolaureati del campus il suo discorso-mito: “abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno già cosa voi volete davvero diventare. Tutto il resto è secondario". Peccato che il suo di cuore e la sua di intuizione gli avevano suggerito anni prima di diventare guru dell'Apple staccando la spina accademica senza laurearsi. E lui lo raccontava candido, dal pulpito dell'ateneo.

Uno che il logo più amato al mondo, la mela bianca morsicata, non l'ha dato alla luce fra slideshows e brainstorming, fra doglie e contrazioni. No, Jobs quella meletta la stava smangiucchiando nel suo ufficio-garage-capanno e quando ha avuto bisogno di un logo, così su due piedi, se l'è ritrovato già in mano. Perfetto, divino. E l'ha deposto nella mangiatoia, come la Madonna il bambinello, senza parto, senza doglie. 

Uno che, con un cancro agguerrito e famelico - perchè anche i cancri hanno un terreno d'elezione, e uno rarissimo al pancreas è alquanto snob, e per habitat si sceglie Jobs, mica un cristiano qualsiasi - con quel cancro dicevamo ci si era messo in società, trasformando la sua bestia oncologica, affamata di peso e cellule, nel suo spettacolare curatore d'immagine: quant'era più bello, più carismatico, più solido - pur nella sua fragilità fisica - il guru di Apple in questi ultimi anni da eroe creativo?

Uno che ha trasformato il destino segnato di una vocale insipida come la “i” : la più snobbata fra le cinque vocali alfabetiche anche dai cultori della materia, i lattanti, giacchè non sa esprimere lo stupore della “o” nè il compiacimento della “a” e neanche il risolino della “e”. Ecco uno come Jobs quella “i” inutile e minuscola l'aveva riciclata dal suo nulla per trasformarla in pensiero, anzi in sintesi di pensiero, in concept. Il concept di iPod, di iPhone, di iPad. Il concept lanciato nel prossimo futuro di iCloud, e dilagante nel presente dell' iGenerations.  

Uno che a far parlare face-to-face in videoconferenza internazionale tramite iPhone non ci aveva messo due testimonial vippetti, o due amministratori delegati, o due sex-and-the-city newyorkesi. No, ci aveva messo due immigrati. E non due disperati da spot sociale. Ma due tipi di seconda generazione, integrati e affermati, in comunicazione oltre oceano con le famiglie d'origine africane, indiane, sudamericane. Ci aveva messo il futuro, la vera integrazione che probabilmente noi non saremo mai in grado di costruire per i nostri figli, mentre lui l'ha regalata già anche ai nostri pronipoti.  

Goodbye genius iSteve: che la tua magia resista intatta. Come il tuo nome, non più terreno ma per sempre immortale.
Manhattan: the day before tomorrow
post pubblicato in Primo Piano, il 27 agosto 2011
                                          

Ieri sera ho lasciato Manhattan sotto una pioggerellina leggera. Clima mite e umidità entro limiti accettabili.

Partenza alle 21.40 dal JFK lasciandomi alle spalle una città con scaffali dei supermercati traboccanti di ogni sorta di acque minerali - agli americani piacciono da sempre, magari aromatizzate all’uva spina o al cedro verde - pane, tomato sauces, marmellate, steaks, würstel di ogni genere e, naturalmente batterie e torce elettriche. 

La Fifth Avenue - come ogni giorno dell’anno - era stipata di turisti, e sgombra di sacchetti di sabbia. Lo store di Abercrombie, come quello dell’Apple e il terzo piano di Tiffany (braccialetti e collanine in argento con l’irrinunciabile must a forma di cuore “Return to Tiffany”) erano la solita little Italy di nuova concezione: migliaia di italiani, in fila almeno un‘ora, per riportare a casa la felpa Abercrombie & Fitch, l’iphone 4 (rigorosamente da jailbreakare perché quello americano in Italia non funziona) o il ciondolino Tiffany (i più gettonati dell’estate 2011 erano le riproduzioni del pacchetto verde acqua Tiffany con fiocco bianco e la bustina shopping negli stessi colori). 

Nove ore di volo, neanche un minuto di ritardo, e ritrovo sulla stampa italiana una Manhattan da catastrophic movie.

Come se, nel volgere di una notte, tutti i newyorkesi avessero assaltato supermercati e stores per approvvigionarsi in vista di un attacco alieno. Generi di prima necessità esauriti, scazzottate per un’ultima bottiglia di acqua minerale, pop corn introvabili, mancano solo le telecronache dei donuts e del burro d’arachidi venduti a borse nera e la sceneggiatura è completa. 

Un pò come la storia del terremoto di qualche giorno fa. Che grazie alla provvidenza c’è stato di giorno, altrimenti io, insieme a un’ingente massa di connazionali a New York avremmo passato la notte in bianco a tranquillizzare parenti e amici in Italia convinti dai notiziari che i propri congiunti si trovassero sotto le macerie dei grattacieli venuti giù come burro fuso a causa del terrificante sisma. 

Invece, il terremoto a Manhattan, non l’ha sentito nessuno che non fosse ai piani alti di un grattacielo. E anche chi da lì su ha oscillato, non ci ha messo troppo a scendere in strada e capire che nulla di preoccupante stava accadendo: Central Park brulicava di turisti e americani sdraiati sui prati fra hot dog e gelati, Fifth, Madison e Park Avenue proseguivano placide lo struscio dello shopping, Battery Park imbarcava regolarmente per Ellis Island e la statua della Libertà e anche Time Square gorgogliava di manine che facevano ciao-ciao sul maxi schermo al centro della piazza per finire nell’inquadratura della foto ricordo. 

Irene, il “devastante” uragano, arriverà probabilmente domani a New York, avendo peraltro perso forza nel percorso ed essendo sceso da categoria 2 a 1. Che una città come New York abbia preparato un piano di evacuazione dalle zone a rischio inondazione appare una misura precauzionale ragionevole. Che il fine sia quello di ridurre al massimo i danni e quindi i costi sembra più verosimile dello scenario apocalittico da rischio tzunami paventato dai media. 

Anche perchè, enfatizzando improbabili catastrofi a beneficio degli ascolti, la possibilità di determinare vittime collaterali all’informazione può diventare realtà. A cominciare, ad esempio, da tutte le persone anziane parcheggiate ad agosto davanti alla tv e che, avendo congiunti a New York, rischiano seriamente un infarto avendo come unica fonte di informazione i Tg.

Claudia Svampa



I Parolisi: uomini che mentono troppo
post pubblicato in Terzo Piano, il 5 giugno 2011
Salvatore Parolisi è con evidente chiarezza la scansione dettagliata di una perniciosa categoria maschile troppo spesso sottovalutata: quella degli uomini che mentono troppo


                                                  


Non servono i referti dei Ris o i risultati autoptici sul corpo di Melania Rea, la mamma 29enne uccisa in un boschetto, perché il marito Salvatore Parolisi possa essere giudicato rispetto alle sue provate responsabilità. 

Basterebbe un giudice minorile coraggioso e responsabile che valutasse con obiettività - al di la dell’esito del lavoro degli investigatori sull’autore dell’omicidio - che padre potrà essere un uomo che ha saputo solo mentire. 

Perché, se è vero che una bimba di un anno e mezzo che ha appena perso la mamma non può che avere un bisogno immenso dell’unico genitore che le resta per crescere, è altrettanto vero che un outlet ambulante di menzogne - quale è stato Parolisi probabilmente per tutta la sua vita matrimoniale, di coppia e non solo - difficilmente potrà essere quel genitore “superstite” in grado di riuscire finanche a compensare l’assenza di una mamma fin dalla più tenera età. 

Parolisi non solo ha tradito la sua compagna mentre lei aspettava la loro bambina - atto vile perché rivolto contro una donna in uno stato di fragilità fisica ed emotiva che solo i codardi sanno compiere - non solo l’ha tradita a ripetizione utilizzando l’unico strumento seduttivo a sua disposizione, la posizione professionale (che equivale a pagare una donna ma per un bugiardo cronico, capace di mentire anche a se stesso, può essere letto come atto di conquista) ma ha mentito a chiunque si sia imbattuto sulla sua strada. Familiari, inquirenti, probabilmente colleghi e amici. 

Perché Salvatore Parolisi è con evidente chiarezza la scansione dettagliata di una perniciosa categoria maschile troppo spesso sottovalutata: quella degli uomini che mentono troppo. E quel “troppo”, che è decisamente oltre il limite del “molto”, indica uomini talmente pericolosi da essere incapaci di non mentire, in primis a se stessi. 

Per questo Parolisi non potrà mai essere in grado di allevare sua figlia. Perché incapace di comprendere il male che è in grado di farsi e di fare a chi ha accanto. Indipendentemente dalle sue eventuali responsabilità nell’omicidio della moglie e che farebbero di lui un uomo ancor peggiore, un bugiardo assassino. 

Parolisi ricalca in modo impressionante il profilo da manuale in un trattato di psicologia: il paziente ambizioso e frustrato incapace di essere se stesso con i propri lati positivi (che altri gli riconoscerebbero anche ma lui non sarà mai in grado di vedere o di considerarli tali) e con le proprie debolezze che non accetterà mai, poiché la sua smodata ambizione lo porterà a rincorrere un modello superiore al suo, costruendosi un’identità interiore ed esteriore fatta di falsità e menzogne. 

Il paziente Parolisi è colui che investirà tutte le sue energie nella ricerca del successo professionale, non già per passione lavorativa, quanto perché quello sarà l’unico paravento sociale dietro il quale potrà occultare la vera percezione di se stesso: il disprezzo per non essere la persona che sarebbe voluta essere. 

E’ il paziente che si costruisce una realtà familiare borghese e apparentemente perfetta: una moglie innamorata, carina e intelligente, in armonia con se stessa e quindi rassicurante, generosa nei sentimenti al punto tale da non accorgersi di essere manipolata. Una moglie con il senso forte della famiglia e una spiccata attitudine alla maternità in senso lato. 

Una moglie con la quale farà dei figli con i quali non saprà mai rapportarsi, che amerà nella misura in cui saranno espressione del suo successo e delle sue aspettative (belli, intelligenti, dotati) che, diversamente, non saprebbe mai accettare e allevare. Una moglie che, comunque, tradirà in ogni modo, e su ogni piano, negandolo ogni giorno della sua vita.
 
La tradirà fisicamente, quando lei realizzerà quel progetto di coppia che è mettere al mondo un figlio insieme. E lui proprio attraverso quel tradimento esprimerà inconsapevolmente il suo sottrarsi da quel progetto d’amore che è un figlio e la sua inadeguatezza rispetto alla responsabilità della paternità. 

La tradirà annientando ogni forma di comunicazione gratificante e ogni convergenza emotiva, attraverso la soppressione della verità. Imposterà una vita di piccole menzogne quotidiane, una sorta di palestra d’allenamento che avvelenerà la realtà a poco a poco, giorno dopo giorno, intorpidendo l’istinto del dubbio della partner e facendola scivolare nel senso di colpa del non saper dare fiducia. La accuserà di essere la carnefice della sua buona fede, fingendosi vittima e ribaltando la realtà. 

La tradirà ancor più negandole la seduttività femminile che realmente lui non percepirà in quanto non sarà in grado di viverla come oggetto di desiderio e amore (non avendola scelta in base a ciò) ma che mai ammetterà. 

Il paziente Parolisi farà sempre vivere la propria donna nel perenne dubbio di non essere sufficientemente attraente, anche se bella, giovane o desiderabile da qualsiasi altro uomo. Cercherà di ingannarla ridimensionandone le aspettative e le verità, quasi “consolando” i sensi di colpa femminili con proclami di moralità sulla sessualità esuberante altrui. 

Tenterà di persuaderla che un suo calo di desiderio è solo la momentanea conseguenza di un’armonia non del tutto perfetta nella coppia, è l’effetto indesiderato delle piccole tensioni quotidiane in cui scarseggiano sorrisi e carezze e coccole. Perché lui si definirà, con enfasi e soddisfazione, un uomo ben “diverso” dal banale maschio italico che ha sempre il sesso stampato nel cervello. Lui si considererà un insieme “armonico” anche nei suoi bisogni e non soggetto alle mere e volgari pulsioni delle masse. 

La tradirà ferocemente anche in questo perchè, al contrario, lui sarà ben più ostaggio del sesso di quanto possa esserlo un camionista sotto viagra. Ma il suo sarà sempre un sesso malato, vissuto in solitudine con se stesso, con la pornografia ossessiva ed estrema del web, con rapporti mercenari, o, al più, occasionali. Condito una tantum di doverose prestazioni coniugali a sconfessare le lunghissime astinenze. 

Un sesso che non sarà mai appagante in tutti i suoi aspetti perché a sostenerlo ci sarà solo il sotterfugio, l’illecito, il bisogno di ferire qualcun altro, mai l’attrazione fisica, la passione o l’amore. E che, con ogni evidenza, non conoscerà mai la libertà sessuale. Un sesso che non avrà nulla di bello, in fondo, neanche per lui, un sesso malato e basta. Pur sapendolo non lo ammetterà mai. 
Il paziente Parolisi se irrimediabilmente scoperto nella sua perenne menzogna, continuerà a negare, sempre con più aggressività, violenza e rabbia. E’ un malato che, spostando artificialmente i suoi limiti sempre più, ne ha ormai perso il controllo ed è sprofondato in un baratro di coscienza senza più confini. 

Per proteggere quel castello di carta che è la costruzione artificiale del suo io, una volta fermato, distruggerà tutto ciò che fino ad allora ha costruito intorno a se. 
Poco cambia, in psicologia, se questa distruzione avverrà “soltanto” nelle sfere emotive e affettive delle persone che nel tempo sono state sacrificate all’interno suo progetto di costruzione artificiale o se, materialmente, si consumerà nell’eliminazione fisica delle vittime che non accetteranno più il suo inganno. La differenza la farà il codice penale e la criminologia. 

Tuttavia non vi è dubbio che, anche in assenza di violenza fisica fino all’estreme conseguenze, il paziente Parolisi sia espressione evidente di inadeguatezza totale a svolgere il ruolo più delicato, amorevole e sincero che un uomo sia chiamato a ricoprire nella vita: quello di padre. 

Claudia Svampa




Amartya Sen e l'idea di giustizia intrappolata a sinistra
post pubblicato in Primo Piano, il 26 maggio 2011


                                       

Silvio Berlusconi ieri sera da Bruno Vespa oltre alla consunta piece cabarettistica - “telefonerò al nuovo governo egiziano per chiedere la liberazione di Mubarak in quanto zio di Ruby” - offriva i titoli ai giornali di oggi rintuzzando l’opposizione sul fatto che il voto a sinistra può darlo “solo chi lascia il cervello a casa”. 

Fabrizio Corona in contemporanea e a reti differenziate, ieri sera da Alessio Vinci si infervorava lapidario sulla certezza che la politica in Italia oggi si fa solo su Dagospia e Chi, visto che il leit-motiv è il gossip e che il giornalismo imparziale non esiste più. Detto da un mass-mediologo apparirebbe come fatto ineluttabile, quale disgraziatamente è, ma per fortuna il verbo è solo Corona che nell’intellighenzia lignea e sempreverde dei radical chic televisivi ha il peso specifico della balsa - il più leggero al mondo - e dunque il dato può essere derubricato a smargiassata al cubo. 

Amartya Sen, l’economista indiano premio nobel nel 1998, ventiquattrore prima partecipava a un workshop a Roma organizzato dalla CGIL Spi (Sindacato pensionati italiani) dal titolo suggestivo : L’azione giusta. Si evidenziava, nel programma, il virgolettato del suo ultimo libro in cui si afferma che “esistono ingiustizie risolvibili a cui desideriamo porre rimedio”. Sen ha illustrato alcune delle sue pluripremiate teorie, come quella secondo cui gli indicatori di reddito - assurti a unità di misura - non costituiscono parametri di riferimento che includano anche la libertà di vivere a lungo, la possibilità di preservare lo stato di salute o l’incolumità rispetto a fatti criminosi, o ancora la contropartita di concorrere all’ottenimento di un impiego decente. 

“L’approccio delle istituzioni ideali - ha sottolineato nella sua lectio magistralis - può essere visto in maniera diversa, poichè l’approccio reale non si concentra sulle vere e proprie vite che le persone possono condurre”. Che il mondo sia contaminato da ingiustizia sociale ce ne rendiamo tutti conto senza l’ausilio della cattedra. Allo stesso tempo che gli equilibri geopolitici ed economici ne detengano, a torto o a ragione le redini, appare realisticamente accertato anche da chi non ha mai letto un solo editoriale di Caracciolo su Limes. Tuttavia l’economista tenta di soffiare nell’aria un polline di conoscenza che se individuato e indirizzato potrebbe anche portare frutti. E questo non pare così evidente a chi non vuole intendere. 

Se uscissimo fuori dal nostro piccolo mondo antico - quello della Fiat di Marchionne o dei tavoli sindacali, della No-Tav o delle centrali nucleari - vedremmo che a una spanna da noi ristagnano le vite che le persone potrebbero condurre ma che gli è impedito di vivere. Sono le vite di coloro che oggi premono alle nostre porte. E sono drammaticamente tante. Tutte già in marcia. 

Vediamo, senza bisogno di chiromanti o iettatori, ma con indispensabile obiettività, che qualche milione di esseri umani non se ne starà più buono e accucciato sotto a un misero pil da terzo mondo in attesa di una manciata di granaglia e di aiuti umanitari da parte della collettività internazionale. 

La lezione dell’economista allora, seppur calata nella realtà welfaristica del sindacato CGIL dei pensionati italiani, avrebbe potuto godere di un respiro più ampio, almeno nel confronto con la stampa, dove il tratto erudito economico e filosofico veicolato da Amartya Sen per forza di cose si sarebbe dovuto alzare in volo più in alto dei cassintegrati italiani, dei pensionati sotto i 500 euro, del baratro assistenziale alla terza età. Perchè è lo stesso concetto di ingiustizia sociale ad imporre confini più ampi per poi poter concretamente intervenire sui bisogni dei singoli cittadini dei singoli paesi. 

E invece è rimasto ostaggio involontario di un comparto politico ancora imbozzolato in un’idea vaga e marginale di multiculturalismo cacio e pepe, convinto che l’immigrato “mussulmano” (sì quello con le due “ss” che rivela tanto nel refuso quanto nell’analisi una voragine conoscitiva) il “mussulmano” appunto che pratica la mutilazione genitale perpetra una ritualità legata alla tradizione tirannica che risulta offensiva per i cittadini dei paesi in arrivo e in base a ciò non dovrebbe essere consentita.

Suonano accordate le parole del saggio economista quando dice che “ogni essere umano deve essere immune dall’imposizione del dolore” ma solo se questo dolore è geolocalizzato a Guantanamo come strumento di tortura e dunque ha armonia politica a sinistra. 

Viceversa la pratica dell’infibulazione - drammaticamente liquidata come offensiva per i paesi ospitanti e ciecamente confusa come espressione, seppur tirannica, di tradizione culturale - si applica ancor di più al “diritto di ogni essere umano di essere immune dal dolore” aggiungendo forse anche una clausola: il dovere di riconoscere il crimine oltre i confini angusti di posizioni politiche, e l’infibulazione oltre a essere un crimine contro le bambine è un crimine contro l’umanità intera. 

Sarebbe stato bello e giusto, sarebbe stata “un’idea di giustizia” coerente, per una giornalista con vent’anni di professione alle spalle, che si è regolarmante accreditata ma non risulta politicamente schierata, che ha partecipato e seguito l’intero convegno (dalle 10 alle 17) organizzato dalla CGIL-SPI, che ha chiamato il capo ufficio stampa del convegno per ben quattro volte (ormai i tabulati telefonici fanno più fede di una raccomandata) per chiedere - qualora possibile - un’intervista al premio nobel per una testata istituzionale e tematica sulle libertà civili, le giustizie sociali, sarebbe stato bello e giusto non essere volutamente messa al margine. 

Sarebbe stato bello e giusto, almeno, permetterle di partecipare alla ristretta conferenza stampa organizzata in sordina in una saletta appartata - e a lei taciuta - con i colleghi del Manifesto o dell’Unità, al margine del convegno. 

Sarebbe stato bello e giusto, in ultima analisi - quando è riuscita comunque a “imbucarsi” grazie a una gentile “soffiata” nella suddetta conferenza stampa ormai in chiusura - permetterle di fare anche almeno una domanda senza sentirsi rispondere uno stizzoso e secco “no”. 

Eppure questo è stato. Questo, inverosimilmente accade quando si tenta di uscire dal recinto prestabilito di ciò che dovrà esclusivamente essere pubblicato il giorno dopo su blog e giornali lungo la monorotaia del pensiero caro alla sinistra imperativa: almeno un pò di sbraco-Fiat, l’intervento di Epifani, e il sermone CGIL. 

Ciò mentre Cameron e Obama, a una manciata di chilometri terrestri e a distanze siderali di lungimiranza socio-politica rinsaldano leadership e dettano ineluttabilmente le agende dell’economie, delle libertà e dei diritti sociali nel mondo. “L’azione giusta” nei confronti della stampa fuori circuito è stata quella dell’esclusione, perchè i temi sociali aperti da Amartya Sen restassero confinati nei prodotti a marchio CGIL. 

Non sproloquiava Fabrizio Corona ieri sera a Matrix nel suo sillogismo cafonal e trash: se la politica italiana è fatta di gossip il giornalista, per lavorare, non può che essere schierato. 

E, parafrasando SIlvio Berlusconi ieri sera a Porta a Porta, si potrebbe anche dire che più che l’elettorato è la sinistra stessa, troppo spesso a lasciare il cervello a casa. Per distrazione magari, ma anche no. 

Claudia Svampa


Sfoglia febbraio        aprile
calendario
rubriche
tag cloud
links
cerca