I ‘ricollocati ‘della Concordia dirottati sulla Luminosa e ancorati a Parigi

Dopo la Costa Serena, prima nave della flotta Costa salpata da Civitavecchia successivamente al naufragio della Concordia all’isola del Giglio, che tristemente sfila accanto alla gemella reclinata, oggi è il giorno di passione della Luminosa, nuovissima nave della flotta Costa. I passeggeri dell’ammiraglia infatti, in partenza per una crociera ai Caraibi, sono da ore fermi all’aeroporto di Parigi Charles de Gaulle dopo che il veivolo, che sarebbe dovuto decollare verso Pointe a Pitre (Guadalupe), non ha avuto l'autorizzazione al volo dalle autorità francesi a seguito dei controlli di routine, e i clienti Costa sono stati sbarcati e lasciati in aeroporto in attesa di notizie. Fra i 75 italiani bloccati a terra anche alcuni “ricollocati” della Concordia, coloro cioè ai quali la Costa ha offerto questo itinerario ai Caraibi in cambio del viaggio prenotato sulla nave affondata.
Aggiornamento in diretta da Parigi di Stefania Simoni 19:40 Siamo stati trasferiti all’ hotel Sequoia Lodge di Eurodisney da dove ci preleveranno all'1:30 di notte per riportarci in aeroporto. Ci imbarcheremo su un volo in partenza alle 5.00 di mattina verso la Martinica dove ci hanno detto ci ricongiungeremo con la nave. Siamo qui da soli (in 200 circa) a fare un check in che per gli ultimi in coda si concluderà appena prima di tornare al charles de gaulle. Mi chiedo che senso ha avuto farsi un'ora e mezza di pullman per arrivare fino a qui
18:00 In relazione alla donna ricoverata in ospedale per un malore il personale d’assistenza Costa presente sul posto ha fatto salire il marito della passeggera (che parla solo italiano) insieme alla bimba piccola su un taxi in direzione dell’ospedale senza fornirgli un accompagnatore per assistenza linguistica e logistica.
17:48 Si contano i primi soccorsi: una passeggera che attendeva l’imbarco con bambina piccola e il marito, ha avuto un malore ed è stata portata via in ambulanza. Incredibilmente la donna appartiene al gruppo dei “ricollocati” della nave Concordia.
17:10 Prosegue il bivacco al terminal. Dopo la riconsegna bagagli e' stato fornito ai passeggeri in attesa quello che è stato definito il "pranzo" : 1 panino e 1 bibita analcolica pro capite senza distinzioni. I francesi che si sarebbero dovuti imbarcare alle 11.00 complice la padronanza della lingua, si sono aggiudicati le baguette. Gli italiani partiti alle 9.30 (e alcuni svegli dalle 2 di notte) si sono dovuti "rifocillare" con un tramezzino. Nessuno, nel frattempo, ha più fatto riferimento a un eventuale trasferimento in hotel o re-imbarco.
15:38 L’Aereo charter della flotta Neos noleggiato dalla compagnia Costa per condurre i passeggeri nel porto d’imbarco della crociera “Le perle del caribe” - in partenza oggi da Pointe a Pitre (Guadalupe) - non passa il controllo dell'aviazione civile francese allo scalo di Parigi Charles de Gaulle. Dopo oltre tre ore di stazionamento con a bordo 75 passeggeri italiani imbarcati a Malpensa e circa 200 francesi appena imbarcati si rincorrono voci di avaria al motore sinistro. I 75 passeggeri italiani vengono fatti sbarcare e accompagnati sul pullman in pista. Dopo essere rimasti con le porte del mezzo chiuse per oltre mezz'ora, iniziano le proteste e gli insulti diretti alla compagnia, poi qualcuno sblocca manualmente le porte del pullman e i passeggeri riguadagnano l'aereo. Vengono nuovamente sbarcati assieme ai francesi e fatti stazionare tutti in aeroporto in attesa della riconsegna dei bagagli. Un bus - dicono - li porterà in albergo. La nuova partenza stimata e' per le 22.00 a riparazione ultimata. L'assistente Costa sostiene che la Luminosa attenderà i passeggeri nonostante le oltre 10 ore di ritardo sull’arrivo previsto. Ironia del destino fra i passeggeri fermi a Parigi ci sono alcuni “ricollocati”, coloro cioè ai quali la Costa ha offerto questo itinerario ai Caraibi in cambio del viaggio prenotato sulla nave Concordia naufragata all’isola del Giglio.
Naufragio Concordia: cola a picco la sicurezza

di Claudia Svampa E’ sempre troppo scontato descrivere una tragedia come annunciata dopo che un fatto drammatico si è compiuto. Ma vedere questa mattina la Costa Concordia abbattuta, inclinata a 80° e immobile nelle acque ferme del mediterraneo, come una balena agonizzante spiaggiata di fronte al Giglio, non può non riportare alla mente mezze frasi, commenti strappati e racconti raccolti nelle sei crociere trascorse a bordo delle navi Costa che proprio di un’inevitabile tragedia parlavano in caso di emergenza in mare. A fronte di tre morti accertati, 14 feriti e soprattutto 60-70 dispersi, le parole ombrose, dette guardando di sottecchi, da vecchi uomini di mare che ormai, sulle navi Costa erano diventati dinosauri prossimi alla pensione, riaffiorano come premonizioni. “Ma lo vede tutto questo personale fatto di filippini e sudamericani? Ma si chiede che cosa potrebbero fare in caso di emergenza in mare?” sbottò una volta un maître di sala ligure, una vita trascorsa sulle navi, e ormai non più sotto schiaffo dalle schede di valutazione di fine crociera, dove i passeggeri ingnari, segnano il destino lavorativo del personale di bordo. Ma il maître ligure non fu il solo. Si aggiunse il napoletano, il siculo e altri ancora delle vecchie leve del personale di bordo che in Costa lavoravano da decenni, ad alimentare il coro che una nave non è un hotel, e che col mare non si scherza. La politica di assunzioni a basso costo che la compagnia di navigazione portava avanti da anni a loro non andava proprio giù. Non solo perchè questo aveva irrimediabilmente svalutato il loro salario e la loro professionalità, ma anche e soprattutto, dicevano perchè “equipaggi non preparati ad affrontare il mare e le sue emergenze, ma formati solo per il servizio in camera o ai tavoli, non sono in grado di gestire panico e emergenza con i passeggeri, e possono creare un pericolo serio nella navigazione in mare”. Il pericolo che ieri sera si è materializzato negli occhi terrorizzati degli ospiti della Concordia, che si sono sentiti abbandonati, soli, non assistiti, nell’orrore del remake del Titanic, perchè, per quanto preparati, non possono essere solo gli ufficiali a gestire un’evacuazione di massa di un gigante del mare come la Concordia. La realtà è che da anni ormai Costa Crociere ha cambiato il personale a bordo delle proprie navi a favore di una massiccia politica di assunzione di equipaggi stranieri, provenienti in gran parte da paesi dove il costo del lavoro è più contenuto (Messico, Perù, Ecuador, Filippine, Malesia). Dipendenti impiegati prevalentemente nella gestione hoteliera (camerieri al piano e addetti alle pulizie delle cabine) e nella ristorazione (camerieri ai tavoli dei ristoranti, al self service, e ai bar) che tuttavia, spesso nella navigazione in mare appaiono smarriti, sofferenti in caso di cattive condizioni del mare, impreparati dunque a gestire se stessi in caso di emergenza e ancor più i passeggeri a bordo. Il fattore linguistico poi costituisce un’ulteriore problema fra il personale di bordo a diretto contatto con il pubblico e i passeggeri. Ad esclusione del front office, dell’ufficio escursioni e degli ufficiali di bordo, il restante personale ha scarsa familiarità con la lingua italiana, anche se, paradossalmente è proprio italiano il maggior numero di passeggeri che viaggiano con Costa. E non va meglio con l’inglese, il francese o il tedesco, mentre è quasi esclusivamente lo spagnolo ad essere la lingua veicolare fra dipendenti e passeggeri se si cerca un minimo di comunicazione che vada oltre oltre gli scambi informativi di routine. Come ad esempio potrebbe accadere in caso di emergenza. L’affondamento della Concordia resterà probabilmente nella storia della compagnia una delle pagine più tragiche e inspiegabili fra gli incidenti in mare, per la dinamica degli eventi. Le vittime però non saranno solo conseguenza di questo incidente: panico, terrore, caos, paura che generano pericolo nelle fasi dell’evacuazione, e soprattutto la scarsa assistenza, sono responsabilità dirette del personale di navigazione che la compagnia ha ritenuto idoneo anche per queste eventualità e che con ogni probabilità e molte previsioni non lo era affatto. L’immagine Costa non potrà che rimanere irrimediabilmente scheggiata da questo incredibile incidente: ma ben oltre l’errore umano - laddove dimostrato - di una rotta sbagliata, resterà imperdonabile l’inadeguatezza gestionale dell’evacuazione. La capacità del comandante di trascinare la nave sotto costa e i soccorsi terrestri hanno limitato il bilancio delle vittime, ma cosa sarebbe accaduto ai quasi 4000 passeggeri in caso di incidente a largo? Una strage? L’illusione di trascorrere una vacanza vivendo su una città galleggiante e in movimento non dovrebbe mai lasciare in secondo piano un rispettoso pensiero verso il mare e le sue bizzarrie. Queste vacanze chiamate crociere, vestite sempre più con gli abiti del villaggio globale, glamour o low-cost a seconda della stagione, del pubblico e della destinazione, invece, sembrano averlo dimenticato, a tutto discapito della prevenzione e della sicurezza dei passeggeri.
Razzisti a chi?

di Claudia Svampa
Transatlantic Trends Immigrations 2011: come presentare il monitoraggio delle migrazioni animando un dibattito politico capzioso che strizza l'occhio all'auspicato elettorato di immigrati .
I risultati dell’indagine annuale Transatlantic Trends: Immigration 2011 presentati il 15 dicembre nell'auletta dei gruppi parlamentari della Camera del Deputati a Roma, sono stati occasione pre natalizia per impantanarsi nella lettura politica del tema migratorio che, cavalcando l'onda di una tanto inverosimile quanto dilagante intolleranza razzista verso gli immigrati stranieri, ha strumentalizzato i risultati della ricerca - di per se autorevole - al fine di propinare il teorema lessicale di un odio razziale inesistente e confezionato come strenna natalizia quale eredità del precedente governo Berlusconi.
Ma ascoltare Livia Turco (PD), Laura Boldrini (UNHCR) e Giampiero Gramaglia (ex direttore Ansa) - nel ruolo del moderatore del panel - riscrivere la storia delle migrazioni con l'impianto narrativo del bene che viene da lontano e del male che cresce in noi, - grazie all’eredità politica fomentatrice e xenofoba del precedente governo - resta indigesto anche in epoca di calendari dell'avvento e di Christmas carols.
In sintesi la tesi è stata la seguente: c'è un popolo di cittadini del mondo - i migranti per l'appunto - fatto di sole persone per bene, e che viene da lontano. Gente generosa, sognatrice, pacifica, cui è stata inflitta la sofferenza della fame, della sete, della violenza, delle guerre e delle malattie dal resto del mondo capitalistico del quale l'Italia fa fieramente parte con quote azionarie oscillanti. Maggiori naturalmente quando a governarla non è la sinistra, ça va sans dire.
Dall'altra parte c'è il male oscuro, il prodotto razzista “inquinato da un malgoverno” che siamo diventati per l’appunto noi italiani. Una nazione di 60 milioni di abitanti che, non a causa di una forte crisi economica che sta inghiottendo aspettative dei giovani e realtà di meno giovani, non a causa di una crescita migratoria in costante aumento negli anni, non a causa di una sperimentata pericolosità sociale all’interno della fascia migratoria degli irregolari, ha dovuto a proprie spese trasformare solidarietà in diffidenza, no: lo ha fatto solo perché ha introiettato razzismo e xenofobia verso i cittadini del mondo, i neri, i musulmani, i romeni.
Il sospetto che si sia messo in atto un gioco politico di lotteria di fine anno, con il costo del biglietto tarato sul possibile voto degli immigrati, tanto voluto dal PD con la speranza che possa diventare il cavallo di troia delle prossime elezioni, ovviamente farebbe di noi dei cinici malpensanti, associati ai ben noti razzisti.
Ma chi razzista non è (Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale della Caritas) ha potuto veicolare durante il dibattito, la surreale menzogna della cultura dell'integralismo cattolico quale movente della strage di Utoya in Norvegia, dove il killer Anders Behring Breivik, sterminò 77 giovani del partito laburista riuniti per un convegno. Integralismo cattolico, quindi, non mente criminale. Breivik è invece per la scienza un paranoico-schizofrenico, giacchè questa è stata la diagnosi degli psichatri norvegesi che, a seguito di una serie di esami ai quali lo hanno sottoposto, l’hanno dichiarato incapace d’intendere e di volere. E non uno xenofobo votato alla causa integralista cristiana come si vorrebbe far credere.
Siamo arrivati a diffondere e accreditare l’inconsistente ricostruzione che Gianluca Casseri, il killer di Firenze che ha ucciso due senegalesi a bruciapelo al mercato, abbia agito perchè xenofobo, nazista, ultranzionalista, fascista. Non esiste alcuna evidenza di ciò, se non vogliamo considerare indizio unicamente il colore della pelle delle vittime e i suoi interessi letterari, considerandoli il movente.
A oggi di Casseri si sa che simpatizzava per l’estrema destra ma non era un militante. Era un ragioniere, colto, mite e riservato. Sappiamo che aveva partecipato a riunioni dell’associazione Casa Pound di Pistoia intervenendo in dibattiti sul tema dei fumetti di Tex e Tin Tin dei quali era un grande appassionato e collezionista.
Si sa che amava la fantascienza, era un cultore di Ezra Pound e Adriano Romualdi (padri dell’estremismo di destra) e che aveva scritto un libro fantasy con Enrico Rulli (scrittore di sinistra). Lo stesso Rulli, suo amico da molti anni che, scarsamente ascoltato perchè antitetico alla teoria dello sterminio xenofobo ha provato a spiegare: “conosco Gianluca Casseri da molto tempo, una persona che prima una grave malattia e poi la depressione hanno spinto in un mondo autoreferente e nella solitudine. Il Gianluca che ricordo chiamava imbecilli chi discrimina gli altri sulla base del colore della pelle”.
Di Gianluca Casseri oggi sappiamo, con certezza, che era in cura per la depressione e per una grave forma di diabete. Nulla derubrica la sua carneficina, neanche la depressione sfociata in pazzia, ma di certo non possiamo affermare che avrebbe ucciso due ambulanti senegalesi per razzismo, a meno di non voler essere noi i veri razzisti. Non possiamo accreditare moventi desumendoli dalla propaganda politica del sindaco Matteo Renzi e della stampa di sinistra che accusa gli italiani di razzismo, allargando poi l’accusa a tutti i media nazionali.
Altra leggenda del dibattito politico questa che confonde l’approssimazione e l’inesattezza che spesso contraddistinguono un’informazione frettolosa con il razzismo e la xenofobia. Un cinico razzismo lo sta invece veicolando quella classe politica di sinistra che considera gli italiani al pari di un gregge di pecore, incapaci di distinguere il vero dal falso, anche quando si tratta di una macro bufala come la costruzione architettonica di un razzismo nazionale che gli immigrati stanno immediatamente cavalcando.
E’ razzista contro i fiorentini e contro l’intero paese la politica del sindaco, Matteo Renzi, che evidentemente considera i cittadini senegalesi immuni dal rispetto della legislazione italiana giacché consente loro di radunarsi nel centro cittadino per una manifestazione non autorizzata.
E’ razzista incitare 250 senegalesi, già evidentemente provati dal lutto della propria comunità, a sentirsi vittime di un odio razziale inesistente e fomentarli con il risultato di indurli ad insultare gli italiani come un popolo " di stronzi che non hanno voglia di fare un cazzo".
È razzismo verso i fiorentini imporgli gli sputi, i danni e le parolacce nel corteo del centro storico di una delle città più belle d’Italia, grazie a una manifestazione non autorizzata che per cordoglio e lutto non viene vietata.
Quando una ragazza rom uccide con un'ombrellata nell'occhio una ragazza italiana non c'è cordoglio, non c’è lutto cittadino, non c’è manifestazione non autorizzata?
Quando un ragazzo italiano uccide nella stazione della metro con un cazzotto in faccia una ragazza romena non c'è cordoglio, non c’è lutto cittadino, non c’è manifestazione non autorizzata?
Quando una famiglia italiana viene sterminata da un automobilista italiano non c'è cordoglio non c’è lutto cittadino, non c’è manifestazione non autorizzata? Quando ragazze musulmane cresciute in Italia vengono sgozzate dai loro padri musulmani non c'è cordoglio, non c’è lutto cittadino, non c’è manifestazione non autorizzata?
Ma che razzismo è questo, sindaco Renzi, che si misura con il pantone della differenza cromatica fra i bianchi e i neri? E chi è razzista, il sindaco fanciullo che cavalca l’onda politica della solidarietà al dramma di due omicidi o gli italiani che dalla fanciullezza sono dovuti uscirne a proprie spese?
Anche Laura Boldrini crede troppo nell'illusione delle parole e poco nel potere della cultura, ammesso che questa credenza sia figlia della conoscenza e non della propaganda.
Sbaglia quando dice che quella che noi chiamavamo primavera araba per loro era rivoluzione che con le nostre errate definizioni giornalistiche finiamo per svilire le loro azioni.
Sbaglia perché si tratta di due eventi diversi. Uno che riguarda la territorialità degli stati: dalla rivoluzione tunisina (o dei gelsomini come gli stessi manifestanti, a favore di un’eufonia mediatica hanno iniziato a definirla) alla rivoluzione egiziana, alla rivoluzione libica.
L’altra, la primavera araba (cui dopo l’estate e i risultati delle urne delle prime elezioni libere è seguito l’autunno arabo) è stato un evento socio culturale su scala mediorientale, di portata collettiva e che è nato con il richiamo al risveglio stagionale, alla rinascita dei diritti e dei valori del popolo, ovvero alla primavera araba.
Se la Boldrini avesse prestato ascolto e credito a quella moltitudine di analisti e militanti mediorientali che sui blogs arabi, anglofoni e francofoni a quella primavera araba avevano creduto con l'anima, l'avevano afferrata con le unghie e con i denti, avevano pianto, sofferto, rischiato e poi si erano fieramente abbracciati intorno a quella loro nuova stagione, imparerebbe a non demolirgliela come un prodotto nato nelle scalcinate redazioni italiane di pennivendoli a bottega presso le testate, cui la carta di Roma dovrebbe "insegnare" la terminologia adatta per parlare di immigrati.
Se la Boldrini non fingesse di ignorare il risiko americano, cercando di intortare coloro che dell'immigrazione non hanno, legittimamente fatto materia di studio - ma non per questo meritano di essere indottrinati nell'ideologia anziché informati - racconterebbe la vera storia della rivoluzione dei gelsomini.
Racconterebbe che si, esattamente un anno fa a Sidi Bouzid Mohamed Bouazizi si è dato fuoco, in piedi, sul suo carretto da ambulante, che è una storia struggente, che è una storia grondante di ingiustizia sociale, che è una storia di dignità perdute, per carità.
Ma forse Laura Boldrini ritiene che nel ventitreennio di presidenza Ben Ali queste drammatiche storie di ingiustizie sociali non erano per caso all'ordine del giorno?
Ritiene che il popolo tunisino, e siriano, e libico, e il mondo arabo in senso lato si siano svegliati una mattina di dicembre 2010 e abbiano deciso di fare una rivoluzione grazie ai blogs, a twitter e a facebook?
Ritiene che milioni di persone - quanti ne occorrono per fare una rivoluzione - che spesso non hanno neanche l'acqua corrente o l'elettricità in casa, abbiano invece iPhone e Blackberry per riprendere montare e twittare foto e video, o l'alta velocità della connessione internet in casa per mettere in rete e aggiornare i blogs, magari collegandosi ad un ID estero per aggirare la censura sulle reti locali, con costi di connessione internazionale spropositati ?
Chi ancora propaganda le rivoluzioni del medio oriente come il risultato di una gioventù araba stile “sex and the city” in chador, fra iPad, iPhone, tweets e post, ha mai ascoltato il discorso di Barak Obama del 2009 in Egitto all'università del Cairo quando il presidente americano ha dato le linee guida di come sarebbe cambiato lo scacchiere medio orientale di lì agli anni a venire?
Ecco che allora, è più credibile che il suicidio drammatico di Mohamed Bouazizi sia divenuto il detonatore per aizzare le folle, ma solo perché Washington aveva ormai deciso che le folle potevano essere aizzate. Che Zine el Abidine Ben Ali non andava più protetto, e soprattutto che gli eserciti guidati dai generali di corpo d'armata tunisini, egiziani, siriani, marocchini o giordani che fossero potevano uscire allo scoperto (o intervenire per mantenere l’ordine pubblico nella versione più soft) rispondendo all'unico governo centralizzato dei paesi filo americani che ha sede alla Casa Bianca ed è sovrastato da una nota bandiera a stelle e strisce. La stessa bandiera che sventola secondo i flussi del capitalismo dei consumi energetici, delle oligarchie economiche dei poteri imperialisti delle lobbies bancarie e che decide non soltanto quando le micce umane come Mohamed Bouazizi possano essere sufficientemente infiammabili da essere utilizzate come detonatori per far esplodere le primavere arabe. Ma anche come e quando le piattaforme geopolitiche europee devono prendere in mano il pallottoliere e far quadrare i conti di quella moneta che hanno in dotazione, l'euro, che non può permettersi nessuna impennata maggiore di uno starnuto sull'unica moneta mondiale che si chiama dollaro.
Islam politico e autunno Occidentale
di Safir L'islam politico è un fenomeno che ormai non può e forse non deve essere fermato, ma l'avanzata islamica crea preoccupazione sia nel mondo arabo che in Occidente, dove già si parla di "un autunno islamista" dai tratti iraniani. In Tunisia, il successo di Ennahda fa temere che possa essere rimesso in discussione il modo di vivere delle donne che dispongono di uno statuto giuridico invidiato nella regione (la legge sul divorzio, così come l'abolizione della poligamia sono stati tra i più grandi successi, esempio in tutto il Maghreb), ma anche in Libia, le dichiarazioni dell'ex capo del Consiglio nazionale di transizione, Abdel Jalil, sull'adozione della legge islamica hanno suscitato inquietudine e la "sedimentazione religiosa" comincia ad avere i suoi effetti. Il nuovo governo che sarà formato a breve, sotto la guida di Abdul Raheem Al Qib, dovrà raccogliere o scansare talune tentazioni. Anche Ghannouchi non sembra rassicurare più di tanto l'Occidente poichè è considerato assai vicino al leader dei Fratelli Musulmani, Yussuf Qradawi che vive in Qatar, Paese da cui sono giunti finanziamenti per Ennahda. Quale potrà essere il livello di indipendenza della nuova leadership tunisina, su tali basi? Anche le sue recenti dichiarazioni su un tema caldo come l'immigrazione lasciano da pensare. Ghannouchi ha voluto sottolineare come la Tunisia "non molesterà più l'Europa con i suoi giovani emigranti clandestini, in quanto non vogliamo più far dono all'Europa dei nostri giovani diplomati". In Tunisia Ennahda, una volta conquistato il potere, mostrerà tutti i propri limiti. Dovrá "fare i conti" con i partiti salafiti esclusi dall'agone elettorale, ma che hanno un seguito nel Paese e potranno ricostituire quel dissenso che sotto il precedente regime non ha potuto esprimere la sua influenza. Ennadha sarà costretta a scendere a compromessi e a cercare alleanze per formare un Governo credibile, non avendo ottenuto la maggioranza. Ci sarà un periodo di transizione fino a quando gli altri partiti riusciranno ad organizzarsi. Nel frattempo, la gente si renderà conto che la capacità dei gruppi islamici di trovare soluzioni miracolose è una mera illusione. Nuovi scontri caratterizzeranno questa fase e saranno soprattutto i partiti più fondamentalisti a beneficiarne. D'altro canto, mentre in passato gli islamici ottenevano la loro legittimità dalla lotta contro i presidenti Mubarak e Ben Ali, ora dovranno ritrovare una loro identità. Ottenuta la libertà, i cittadini arabi non accetteranno più nuove imposizioni. Finita l'epoca del leader unico, del partito unico, i movimenti laici dovranno vigilare e creare delle barriere di fronte ai rischi di derive islamiste. I giovani che hanno dato vita alla 'primavera araba', seguendo la parola di Obama ad Al Azhar, non devono ricadere in una società bloccata ma dovranno trovare la forza di andare oltre le facili spinte integraliste e dimostrare che una democrazia dell'islam è possibile. L'islam politico guarda alla Turchia di Erdogan. Passato attraverso il laicismo del padre dei turchi, Ataturk, si è trasformato in un islam contemporaneo e cosmopolita, dove emerge una "grandeur neo-ottomana" che ambisce a divenire punto di riferimento nella regione, soprattutto in vista dei nuovi equilibri geopolitici che verranno. Nubi tempestose si addensano poi sempre più minacciose in Medio Oriente dove, Siria & co. stanno vivendo la loro "primavera" e il processo di pace israelo-palestinese non trova alcun impulso in avanti. Anzi il clima viene ulteriormente esacerbato (e inaspettatamente) dalla proposta di Khaled, principe della famiglia saudita, di aumentare il premio da 100.000 a un milione di dollari per quanti rapiranno un soldato israeliano, in risposta alla taglia di 100.000 dollari posta da una famiglia israeliana sulla testa di un palestinese che ha commesso crimini nei propri confronti. Mentre gli USA, i grandi artefici della stagione araba, vivendo anch'essi una dicotomia relazionale con Israele, stanno ricercando una vantaggiosa ricomposizione dello scacchiere mediorientale e nordafricano, preparandosi ad assestare il colpo finale al loro acerrimo nemico, l'Iran. E nuovi rapporti vanno definendosi tra le nuove compagini governative arabe e Israele, le cui prospettive non saranno rosee. Ma il crescente isolamento di Israele, dinnanzi alle profonde divisione dei suoi nemici, rischia comunque di aumentare la sua forza. L'Europa, dal canto suo, se vorrà assumere un ruolo, dovrà assolutamente mostrare il suo peso politico e non lasciare soli i Paesi dell'area mediterranea; ma Lady Ashton non sembra aver colto l'attimo per modellare la prima tessera del mosaico. La Commissione europea, allo stesso modo, a parte le deboli proposte dei "partenariati di mobilità" per i paesi maghrebini, non sembra avere compreso che l'influenza su temi come sviluppo, democrazia, immigrazione e sicurezza, si gioca ora. Il rischio altrimenti continuerà ad essere quello di antagonizzare gli Stati membri che cercheranno singolarmente di aumentare la propria sfera di influenza nell'area senza costruire una base programmatica comune né costituire quella necessaria "massa critica", ad oggi unico motore di una sempre più debole Unione Europea.
La luce magica di iSteve. Goodbye genius
di Claudia Svampa
Nella categoria people, tag “baciati dalla fortuna” , ci sono per lo più uomini nati con la camicia. Molti meno venuti al mondo con la bacchetta magica in mano: ecco Steve Jobs non aveva neanche bisogno della bacchetta magica, era magia pura. Ha vissuto ogni giorno della sua vita come fosse il suo ultimo, meraviglioso giorno. Tanto pareva sufficiente perchè quell'ultimo maledettissimo giorno per lui non potesse arrivare mai. Uno che in una manciata di anni ha saputo trasformare un casermone antiestetico, difficile da utilizzare e concepito per il lavoro - ovvero un computer - in un oggetto di design, facilissimo da maneggiare e indispensabile nella vita sociale: ovvero un Mac. Uno che dal palco dell'università californiana di Stanford pronunciava ai neolaureati del campus il suo discorso-mito: “abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno già cosa voi volete davvero diventare. Tutto il resto è secondario". Peccato che il suo di cuore e la sua di intuizione gli avevano suggerito anni prima di diventare guru dell'Apple staccando la spina accademica senza laurearsi. E lui lo raccontava candido, dal pulpito dell'ateneo.
Uno che il logo più amato al mondo, la mela bianca morsicata, non l'ha dato alla luce fra slideshows e brainstorming, fra doglie e contrazioni. No, Jobs quella meletta la stava smangiucchiando nel suo ufficio-garage-capanno e quando ha avuto bisogno di un logo, così su due piedi, se l'è ritrovato già in mano. Perfetto, divino. E l'ha deposto nella mangiatoia, come la Madonna il bambinello, senza parto, senza doglie. Uno che, con un cancro agguerrito e famelico - perchè anche i cancri hanno un terreno d'elezione, e uno rarissimo al pancreas è alquanto snob, e per habitat si sceglie Jobs, mica un cristiano qualsiasi - con quel cancro dicevamo ci si era messo in società, trasformando la sua bestia oncologica, affamata di peso e cellule, nel suo spettacolare curatore d'immagine: quant'era più bello, più carismatico, più solido - pur nella sua fragilità fisica - il guru di Apple in questi ultimi anni da eroe creativo? Uno che ha trasformato il destino segnato di una vocale insipida come la “i” : la più snobbata fra le cinque vocali alfabetiche anche dai cultori della materia, i lattanti, giacchè non sa esprimere lo stupore della “o” nè il compiacimento della “a” e neanche il risolino della “e”. Ecco uno come Jobs quella “i” inutile e minuscola l'aveva riciclata dal suo nulla per trasformarla in pensiero, anzi in sintesi di pensiero, in concept. Il concept di iPod, di iPhone, di iPad. Il concept lanciato nel prossimo futuro di iCloud, e dilagante nel presente dell' iGenerations. Uno che a far parlare face-to-face in videoconferenza internazionale tramite iPhone non ci aveva messo due testimonial vippetti, o due amministratori delegati, o due sex-and-the-city newyorkesi. No, ci aveva messo due immigrati. E non due disperati da spot sociale. Ma due tipi di seconda generazione, integrati e affermati, in comunicazione oltre oceano con le famiglie d'origine africane, indiane, sudamericane. Ci aveva messo il futuro, la vera integrazione che probabilmente noi non saremo mai in grado di costruire per i nostri figli, mentre lui l'ha regalata già anche ai nostri pronipoti. Goodbye genius iSteve: che la tua magia resista intatta. Come il tuo nome, non più terreno ma per sempre immortale.
Iran: l'ultima tessera del domino
di Galahad Esiste un filo conduttore tra le “rivoluzioni” che hanno portato alla caduta dei regimi di Ben Ali e di Mubarak? Quale collegamento caratterizza le tensioni e le violente proteste popolari che a partire dall’Algeria sino all’intervento militare della NATO in Libia e alle forti contestazioni in Yemen e in Siria hanno segnato la “primavera del mondo arabo”? L’ipotesi per quanto “suggestiva” si chiama IRAN, l’ultima tessera di questo effetto domino e obiettivo predeterminato. 
Gli Stati Uniti d’America, a diverso titolo e in ragione di specifiche strategie geopolitiche hanno avviato un processo di riposizionamento nell’area mediterranea e mediorientale ridisegnando la propria sfera d’influenza e questo a partire del discorso pronunciato dal Presidente Barak Obama alla prestigiosa università cariota Al-Azhar nel luglio 2009. Non a caso Obama “in un periodo di forti tensioni tra USA e musulmani in tutto il mondo…” ha lanciato la sfida ai giovani musulmani “per cercare di dare il via ad un nuovo inizio”. Il Presidente statunitense ha ricordato che l’impegno del suo Paese sarà in favore di giovani che riflettono il valore dei loro popoli, nel rispetto e sulla base delle rispettive tradizioni: “accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purchè governino rispettando i loro stessi popoli” Con il discorso ad Al-Azhar Obama ha piantato e curato il seme da cui sono germogliate le rivoluzioni popolari nei Paesi arabi. Obama è stato fermo e risoluto nell’identificare un forte elemento di tensione nel “comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento – ha aggiunto il Presidente – è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l’Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese…Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione non è capire contro cosa sia l’Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire… si tratta di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa”. L’Iran si trova ora accerchiato dai rivolgimenti nella vicina Siria, in Barhein, nello Yemen; e la guerra in Libia così come la caduta dei regimi tunisino ed egiziano potrebbero, in prospettiva, rappresentare una spina nel fianco per Ahmadinejad e co. Infatti i movimenti rivoluzionari del popolo di facebook e dei blogger arabi, sapientemente guidati dallo spirito di Al-Azhar, hanno basato la loro azione sulla volontà di rimuovere regimi despotici e basati su corruzione e nepotismo, senza alcun collegamento con sentimenti antioccidentali. Ma la situazione potrebbe virare pericolosamente L’Iran sino ad ora è pressoché rimasto silente a guardare lo svolgersi degli eventi, cercando a sprazzi di interpretare le ribellioni mediorientali identificandole come l’effetto dell’asservimento all’Occidente e tentando di rivendicarne il ruolo di ispiratore. Il modello su cui si fonderebbero – hanno detto gli ayatollah – è rappresentato dalla rivoluzione iraniana del 1979 contro lo Scià e l’obiettivo finale l’Islam. Anche nel recente discorso alla 66° Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente iraniano ha confermato la sua aggressività verso gli USA citando la discutibilità dei “miti” dell’olocausto e dell’11 Settembre. Mentre, qualche giorno prima, la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei in un discorso alla presenza di 500 esperti di studi islamici provenienti da 80 Paesi, a Teheran per partecipare ad una conferenza sulla primavera araba e al risveglio islamico, dichiarava: “non abbiate mai fiducia nell’America, nella NATO e nei regimi criminali come la Gran Bretagna la Francia e l’Italia che per tanto tempo si sono spartiti ed hanno saccheggiato le vostre terre”. Nel contempo gli ayatollah hanno continuato ad agire per continuare il programma di sviluppo dell’energia nucleare, da cui deriva l’interesse per l’uranio stoccato nell’oasi di Sebha in Libia e in altri siti africani. Mentre è continuata l’azione di penetrazione volta a rafforzare la propria sfera di influenza in Africa, come sta avvenendo in Costa d’Avorio e in altri Stati della regione del Sahel attraverso attività di propaganda e di proselitismo e finanziamenti per la costruzione di moschee. Ma anche in America Latina sono state avviate iniziative di propaganda e di proselitismo religioso (Cile, Colombia, Costa Rica e Panama) con il triplice scopo di: creare le basi per sviluppare sentimenti di credo islamico, sviluppare rapporti internazionali al fine di superare l’isolamento e gli effetti negativi delle sanzioni inasprite con la risoluzione del CdS delle NU, nr. 1929 del 9 giugno 2010 e, soprattutto estendere la rete d’influenza anche in chiave economica in nazioni politicamente (Cile e Colombia) o geograficamente (Costa Rica e Panama) vicine a Washington. Tale impulso si ravvisa anche verso i Paesi dell’ “asse bolivariano” (Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Venezuela). Di recente, infatti l’Iran ha avviato un’importante collaborazione con la Bolivia nel settore minerario, attraverso una concessione di una linea di credito di 250 milioni di dollari per la realizzazione di impianti industriali e per l’avvio di esplorazioni geologiche. Tutto questo attivismo denota la vitalità e una chiara strategia che da tempo è sotto la lente di Washington e che Obama ha voluto stigmatizzare ad Al-Azhar ma anche in altri contesti, propiziando le proteste e sostenendo poi a livello politico i figli della c.d. “primavera araba”. Anche il ruolo del Presidente Erdogan che ha avviato un’azione diplomatica nella regione nordafricana proponendo il modello turco basato su Islam e democrazia, pur mirando ad una primazia regionale, potrebbe favorire un percorso di “islam possibile” gradito agli americani e agli alleati occidentali. Non v’è dubbio che sia la “primavera araba”. che i conflitti interni all’Iran - che hanno caratterizzato la vita politica e sociale, a partire dai moti del 2009 dell’ “onda verde”, sino agli scontri tra Ahmadinejad e Khamenei - abbiano creato un fronte di vulnerabilità, collegato anche alle dinamiche siriane e alla perdurante crisi mediorientale. Gli Stati Uniti – così come tutta la comunità internazionale - si trovano però oggi confrontati con altri possibili scenari: in Libia con i rischi di una deriva fondamentalista e di infiltrazione al-qaedista. Un sentimento di rivalsa da parte dei vincitori potrebbe muovere gli sconfitti verso contatti con Al-Qaeda che ha una presenza diversificata in tutta l’area saheliana. In Tunisia la coalizione che dovrebbe emergere dalle elezioni del 23 ottobre potrebbe vedere un ruolo importante di Ennhada che, pur volendo caratterizzarsi come un partito di orientamento “erdoganiano” dovrà fare i conti anche con quei partiti di ispirazione islamica che non sono emersi sulla scena politica, ma che potrebbero prendere piede in un contesto sociale “post-rivoluzione”, caratterizzato dal calo del turismo e dalle difficoltà di crescita del Paese. In Egitto la situazione potrebbe diventare ancor più critica considerando da un lato la complessità delle procedure elettorali (fissate in tempi diversi: cominceranno il 21 novembre per l’Assemblea del Popolo e termineranno il 3 gennaio e cominceranno il 22 gennaio per la Shura Council, la Camera Alta e termineranno il 4 marzo) dall’altro lato il rifiuto di un monitoraggio elettorale a parte di osservatori internazionali. Il ruolo del Partito “freedom and justice” dei “Fratelli Musulmani” nel contesto politico interno sta crescendo a dismisura. La Fratellanza è arrivata addirittura a formulare vere e proprie minacce al Governo e ai militari laddove dovessero essere rinviate le elezioni. Oggi l’Egitto vive un forte affievolimento dello stato di diritto e le prospettive verso uno slancio in avanti d’ispirazione fondamentalista non sono del tutto peregrine. Così l’ultima tessera del domino potrebbe trasformarsi in un inaspettato boomerang.
Manhattan: the day before tomorrow
Ieri sera ho lasciato Manhattan sotto una pioggerellina leggera. Clima mite e umidità entro limiti accettabili. Partenza alle 21.40 dal JFK lasciandomi alle spalle una città con scaffali dei supermercati traboccanti di ogni sorta di acque minerali - agli americani piacciono da sempre, magari aromatizzate all’uva spina o al cedro verde - pane, tomato sauces, marmellate, steaks, würstel di ogni genere e, naturalmente batterie e torce elettriche.
La Fifth Avenue - come ogni giorno dell’anno - era stipata di turisti, e sgombra di sacchetti di sabbia. Lo store di Abercrombie, come quello dell’Apple e il terzo piano di Tiffany (braccialetti e collanine in argento con l’irrinunciabile must a forma di cuore “Return to Tiffany”) erano la solita little Italy di nuova concezione: migliaia di italiani, in fila almeno un‘ora, per riportare a casa la felpa Abercrombie & Fitch, l’iphone 4 (rigorosamente da jailbreakare perché quello americano in Italia non funziona) o il ciondolino Tiffany (i più gettonati dell’estate 2011 erano le riproduzioni del pacchetto verde acqua Tiffany con fiocco bianco e la bustina shopping negli stessi colori).
Nove ore di volo, neanche un minuto di ritardo, e ritrovo sulla stampa italiana una Manhattan da catastrophic movie.
Come se, nel volgere di una notte, tutti i newyorkesi avessero assaltato supermercati e stores per approvvigionarsi in vista di un attacco alieno. Generi di prima necessità esauriti, scazzottate per un’ultima bottiglia di acqua minerale, pop corn introvabili, mancano solo le telecronache dei donuts e del burro d’arachidi venduti a borse nera e la sceneggiatura è completa.
Un pò come la storia del terremoto di qualche giorno fa. Che grazie alla provvidenza c’è stato di giorno, altrimenti io, insieme a un’ingente massa di connazionali a New York avremmo passato la notte in bianco a tranquillizzare parenti e amici in Italia convinti dai notiziari che i propri congiunti si trovassero sotto le macerie dei grattacieli venuti giù come burro fuso a causa del terrificante sisma.
Invece, il terremoto a Manhattan, non l’ha sentito nessuno che non fosse ai piani alti di un grattacielo. E anche chi da lì su ha oscillato, non ci ha messo troppo a scendere in strada e capire che nulla di preoccupante stava accadendo: Central Park brulicava di turisti e americani sdraiati sui prati fra hot dog e gelati, Fifth, Madison e Park Avenue proseguivano placide lo struscio dello shopping, Battery Park imbarcava regolarmente per Ellis Island e la statua della Libertà e anche Time Square gorgogliava di manine che facevano ciao-ciao sul maxi schermo al centro della piazza per finire nell’inquadratura della foto ricordo.
Irene, il “devastante” uragano, arriverà probabilmente domani a New York, avendo peraltro perso forza nel percorso ed essendo sceso da categoria 2 a 1. Che una città come New York abbia preparato un piano di evacuazione dalle zone a rischio inondazione appare una misura precauzionale ragionevole. Che il fine sia quello di ridurre al massimo i danni e quindi i costi sembra più verosimile dello scenario apocalittico da rischio tzunami paventato dai media.
Anche perchè, enfatizzando improbabili catastrofi a beneficio degli ascolti, la possibilità di determinare vittime collaterali all’informazione può diventare realtà. A cominciare, ad esempio, da tutte le persone anziane parcheggiate ad agosto davanti alla tv e che, avendo congiunti a New York, rischiano seriamente un infarto avendo come unica fonte di informazione i Tg. Claudia Svampa
I Parolisi: uomini che mentono troppo
Salvatore Parolisi è con evidente chiarezza la scansione dettagliata di una perniciosa categoria maschile troppo spesso sottovalutata: quella degli uomini che mentono troppo
Non servono i referti dei Ris o i risultati autoptici sul corpo di Melania Rea, la mamma 29enne uccisa in un boschetto, perché il marito Salvatore Parolisi possa essere giudicato rispetto alle sue provate responsabilità.
Basterebbe un giudice minorile coraggioso e responsabile che valutasse con obiettività - al di la dell’esito del lavoro degli investigatori sull’autore dell’omicidio - che padre potrà essere un uomo che ha saputo solo mentire.
Perché, se è vero che una bimba di un anno e mezzo che ha appena perso la mamma non può che avere un bisogno immenso dell’unico genitore che le resta per crescere, è altrettanto vero che un outlet ambulante di menzogne - quale è stato Parolisi probabilmente per tutta la sua vita matrimoniale, di coppia e non solo - difficilmente potrà essere quel genitore “superstite” in grado di riuscire finanche a compensare l’assenza di una mamma fin dalla più tenera età.
Parolisi non solo ha tradito la sua compagna mentre lei aspettava la loro bambina - atto vile perché rivolto contro una donna in uno stato di fragilità fisica ed emotiva che solo i codardi sanno compiere - non solo l’ha tradita a ripetizione utilizzando l’unico strumento seduttivo a sua disposizione, la posizione professionale (che equivale a pagare una donna ma per un bugiardo cronico, capace di mentire anche a se stesso, può essere letto come atto di conquista) ma ha mentito a chiunque si sia imbattuto sulla sua strada. Familiari, inquirenti, probabilmente colleghi e amici.
Perché Salvatore Parolisi è con evidente chiarezza la scansione dettagliata di una perniciosa categoria maschile troppo spesso sottovalutata: quella degli uomini che mentono troppo. E quel “troppo”, che è decisamente oltre il limite del “molto”, indica uomini talmente pericolosi da essere incapaci di non mentire, in primis a se stessi.
Per questo Parolisi non potrà mai essere in grado di allevare sua figlia. Perché incapace di comprendere il male che è in grado di farsi e di fare a chi ha accanto. Indipendentemente dalle sue eventuali responsabilità nell’omicidio della moglie e che farebbero di lui un uomo ancor peggiore, un bugiardo assassino.
Parolisi ricalca in modo impressionante il profilo da manuale in un trattato di psicologia: il paziente ambizioso e frustrato incapace di essere se stesso con i propri lati positivi (che altri gli riconoscerebbero anche ma lui non sarà mai in grado di vedere o di considerarli tali) e con le proprie debolezze che non accetterà mai, poiché la sua smodata ambizione lo porterà a rincorrere un modello superiore al suo, costruendosi un’identità interiore ed esteriore fatta di falsità e menzogne.
Il paziente Parolisi è colui che investirà tutte le sue energie nella ricerca del successo professionale, non già per passione lavorativa, quanto perché quello sarà l’unico paravento sociale dietro il quale potrà occultare la vera percezione di se stesso: il disprezzo per non essere la persona che sarebbe voluta essere.
E’ il paziente che si costruisce una realtà familiare borghese e apparentemente perfetta: una moglie innamorata, carina e intelligente, in armonia con se stessa e quindi rassicurante, generosa nei sentimenti al punto tale da non accorgersi di essere manipolata. Una moglie con il senso forte della famiglia e una spiccata attitudine alla maternità in senso lato.
Una moglie con la quale farà dei figli con i quali non saprà mai rapportarsi, che amerà nella misura in cui saranno espressione del suo successo e delle sue aspettative (belli, intelligenti, dotati) che, diversamente, non saprebbe mai accettare e allevare. Una moglie che, comunque, tradirà in ogni modo, e su ogni piano, negandolo ogni giorno della sua vita. La tradirà fisicamente, quando lei realizzerà quel progetto di coppia che è mettere al mondo un figlio insieme. E lui proprio attraverso quel tradimento esprimerà inconsapevolmente il suo sottrarsi da quel progetto d’amore che è un figlio e la sua inadeguatezza rispetto alla responsabilità della paternità.
La tradirà annientando ogni forma di comunicazione gratificante e ogni convergenza emotiva, attraverso la soppressione della verità. Imposterà una vita di piccole menzogne quotidiane, una sorta di palestra d’allenamento che avvelenerà la realtà a poco a poco, giorno dopo giorno, intorpidendo l’istinto del dubbio della partner e facendola scivolare nel senso di colpa del non saper dare fiducia. La accuserà di essere la carnefice della sua buona fede, fingendosi vittima e ribaltando la realtà.
La tradirà ancor più negandole la seduttività femminile che realmente lui non percepirà in quanto non sarà in grado di viverla come oggetto di desiderio e amore (non avendola scelta in base a ciò) ma che mai ammetterà.
Il paziente Parolisi farà sempre vivere la propria donna nel perenne dubbio di non essere sufficientemente attraente, anche se bella, giovane o desiderabile da qualsiasi altro uomo. Cercherà di ingannarla ridimensionandone le aspettative e le verità, quasi “consolando” i sensi di colpa femminili con proclami di moralità sulla sessualità esuberante altrui.
Tenterà di persuaderla che un suo calo di desiderio è solo la momentanea conseguenza di un’armonia non del tutto perfetta nella coppia, è l’effetto indesiderato delle piccole tensioni quotidiane in cui scarseggiano sorrisi e carezze e coccole. Perché lui si definirà, con enfasi e soddisfazione, un uomo ben “diverso” dal banale maschio italico che ha sempre il sesso stampato nel cervello. Lui si considererà un insieme “armonico” anche nei suoi bisogni e non soggetto alle mere e volgari pulsioni delle masse.
La tradirà ferocemente anche in questo perchè, al contrario, lui sarà ben più ostaggio del sesso di quanto possa esserlo un camionista sotto viagra. Ma il suo sarà sempre un sesso malato, vissuto in solitudine con se stesso, con la pornografia ossessiva ed estrema del web, con rapporti mercenari, o, al più, occasionali. Condito una tantum di doverose prestazioni coniugali a sconfessare le lunghissime astinenze.
Un sesso che non sarà mai appagante in tutti i suoi aspetti perché a sostenerlo ci sarà solo il sotterfugio, l’illecito, il bisogno di ferire qualcun altro, mai l’attrazione fisica, la passione o l’amore. E che, con ogni evidenza, non conoscerà mai la libertà sessuale. Un sesso che non avrà nulla di bello, in fondo, neanche per lui, un sesso malato e basta. Pur sapendolo non lo ammetterà mai. Il paziente Parolisi se irrimediabilmente scoperto nella sua perenne menzogna, continuerà a negare, sempre con più aggressività, violenza e rabbia. E’ un malato che, spostando artificialmente i suoi limiti sempre più, ne ha ormai perso il controllo ed è sprofondato in un baratro di coscienza senza più confini.
Per proteggere quel castello di carta che è la costruzione artificiale del suo io, una volta fermato, distruggerà tutto ciò che fino ad allora ha costruito intorno a se. Poco cambia, in psicologia, se questa distruzione avverrà “soltanto” nelle sfere emotive e affettive delle persone che nel tempo sono state sacrificate all’interno suo progetto di costruzione artificiale o se, materialmente, si consumerà nell’eliminazione fisica delle vittime che non accetteranno più il suo inganno. La differenza la farà il codice penale e la criminologia.
Tuttavia non vi è dubbio che, anche in assenza di violenza fisica fino all’estreme conseguenze, il paziente Parolisi sia espressione evidente di inadeguatezza totale a svolgere il ruolo più delicato, amorevole e sincero che un uomo sia chiamato a ricoprire nella vita: quello di padre.
Claudia Svampa
Amartya Sen e l'idea di giustizia intrappolata a sinistra
 Silvio Berlusconi ieri sera da Bruno Vespa oltre alla consunta piece cabarettistica - “telefonerò al nuovo governo egiziano per chiedere la liberazione di Mubarak in quanto zio di Ruby” - offriva i titoli ai giornali di oggi rintuzzando l’opposizione sul fatto che il voto a sinistra può darlo “solo chi lascia il cervello a casa”.
Fabrizio Corona in contemporanea e a reti differenziate, ieri sera da Alessio Vinci si infervorava lapidario sulla certezza che la politica in Italia oggi si fa solo su Dagospia e Chi, visto che il leit-motiv è il gossip e che il giornalismo imparziale non esiste più. Detto da un mass-mediologo apparirebbe come fatto ineluttabile, quale disgraziatamente è, ma per fortuna il verbo è solo Corona che nell’intellighenzia lignea e sempreverde dei radical chic televisivi ha il peso specifico della balsa - il più leggero al mondo - e dunque il dato può essere derubricato a smargiassata al cubo.
Amartya Sen, l’economista indiano premio nobel nel 1998, ventiquattrore prima partecipava a un workshop a Roma organizzato dalla CGIL Spi (Sindacato pensionati italiani) dal titolo suggestivo : L’azione giusta. Si evidenziava, nel programma, il virgolettato del suo ultimo libro in cui si afferma che “esistono ingiustizie risolvibili a cui desideriamo porre rimedio”. Sen ha illustrato alcune delle sue pluripremiate teorie, come quella secondo cui gli indicatori di reddito - assurti a unità di misura - non costituiscono parametri di riferimento che includano anche la libertà di vivere a lungo, la possibilità di preservare lo stato di salute o l’incolumità rispetto a fatti criminosi, o ancora la contropartita di concorrere all’ottenimento di un impiego decente.
“L’approccio delle istituzioni ideali - ha sottolineato nella sua lectio magistralis - può essere visto in maniera diversa, poichè l’approccio reale non si concentra sulle vere e proprie vite che le persone possono condurre”. Che il mondo sia contaminato da ingiustizia sociale ce ne rendiamo tutti conto senza l’ausilio della cattedra. Allo stesso tempo che gli equilibri geopolitici ed economici ne detengano, a torto o a ragione le redini, appare realisticamente accertato anche da chi non ha mai letto un solo editoriale di Caracciolo su Limes. Tuttavia l’economista tenta di soffiare nell’aria un polline di conoscenza che se individuato e indirizzato potrebbe anche portare frutti. E questo non pare così evidente a chi non vuole intendere.
Se uscissimo fuori dal nostro piccolo mondo antico - quello della Fiat di Marchionne o dei tavoli sindacali, della No-Tav o delle centrali nucleari - vedremmo che a una spanna da noi ristagnano le vite che le persone potrebbero condurre ma che gli è impedito di vivere. Sono le vite di coloro che oggi premono alle nostre porte. E sono drammaticamente tante. Tutte già in marcia.
Vediamo, senza bisogno di chiromanti o iettatori, ma con indispensabile obiettività, che qualche milione di esseri umani non se ne starà più buono e accucciato sotto a un misero pil da terzo mondo in attesa di una manciata di granaglia e di aiuti umanitari da parte della collettività internazionale.
La lezione dell’economista allora, seppur calata nella realtà welfaristica del sindacato CGIL dei pensionati italiani, avrebbe potuto godere di un respiro più ampio, almeno nel confronto con la stampa, dove il tratto erudito economico e filosofico veicolato da Amartya Sen per forza di cose si sarebbe dovuto alzare in volo più in alto dei cassintegrati italiani, dei pensionati sotto i 500 euro, del baratro assistenziale alla terza età. Perchè è lo stesso concetto di ingiustizia sociale ad imporre confini più ampi per poi poter concretamente intervenire sui bisogni dei singoli cittadini dei singoli paesi.
E invece è rimasto ostaggio involontario di un comparto politico ancora imbozzolato in un’idea vaga e marginale di multiculturalismo cacio e pepe, convinto che l’immigrato “mussulmano” (sì quello con le due “ss” che rivela tanto nel refuso quanto nell’analisi una voragine conoscitiva) il “mussulmano” appunto che pratica la mutilazione genitale perpetra una ritualità legata alla tradizione tirannica che risulta offensiva per i cittadini dei paesi in arrivo e in base a ciò non dovrebbe essere consentita.
Suonano accordate le parole del saggio economista quando dice che “ogni essere umano deve essere immune dall’imposizione del dolore” ma solo se questo dolore è geolocalizzato a Guantanamo come strumento di tortura e dunque ha armonia politica a sinistra.
Viceversa la pratica dell’infibulazione - drammaticamente liquidata come offensiva per i paesi ospitanti e ciecamente confusa come espressione, seppur tirannica, di tradizione culturale - si applica ancor di più al “diritto di ogni essere umano di essere immune dal dolore” aggiungendo forse anche una clausola: il dovere di riconoscere il crimine oltre i confini angusti di posizioni politiche, e l’infibulazione oltre a essere un crimine contro le bambine è un crimine contro l’umanità intera.
Sarebbe stato bello e giusto, sarebbe stata “un’idea di giustizia” coerente, per una giornalista con vent’anni di professione alle spalle, che si è regolarmante accreditata ma non risulta politicamente schierata, che ha partecipato e seguito l’intero convegno (dalle 10 alle 17) organizzato dalla CGIL-SPI, che ha chiamato il capo ufficio stampa del convegno per ben quattro volte (ormai i tabulati telefonici fanno più fede di una raccomandata) per chiedere - qualora possibile - un’intervista al premio nobel per una testata istituzionale e tematica sulle libertà civili, le giustizie sociali, sarebbe stato bello e giusto non essere volutamente messa al margine.
Sarebbe stato bello e giusto, almeno, permetterle di partecipare alla ristretta conferenza stampa organizzata in sordina in una saletta appartata - e a lei taciuta - con i colleghi del Manifesto o dell’Unità, al margine del convegno.
Sarebbe stato bello e giusto, in ultima analisi - quando è riuscita comunque a “imbucarsi” grazie a una gentile “soffiata” nella suddetta conferenza stampa ormai in chiusura - permetterle di fare anche almeno una domanda senza sentirsi rispondere uno stizzoso e secco “no”.
Eppure questo è stato. Questo, inverosimilmente accade quando si tenta di uscire dal recinto prestabilito di ciò che dovrà esclusivamente essere pubblicato il giorno dopo su blog e giornali lungo la monorotaia del pensiero caro alla sinistra imperativa: almeno un pò di sbraco-Fiat, l’intervento di Epifani, e il sermone CGIL.
Ciò mentre Cameron e Obama, a una manciata di chilometri terrestri e a distanze siderali di lungimiranza socio-politica rinsaldano leadership e dettano ineluttabilmente le agende dell’economie, delle libertà e dei diritti sociali nel mondo. “L’azione giusta” nei confronti della stampa fuori circuito è stata quella dell’esclusione, perchè i temi sociali aperti da Amartya Sen restassero confinati nei prodotti a marchio CGIL.
Non sproloquiava Fabrizio Corona ieri sera a Matrix nel suo sillogismo cafonal e trash: se la politica italiana è fatta di gossip il giornalista, per lavorare, non può che essere schierato.
E, parafrasando SIlvio Berlusconi ieri sera a Porta a Porta, si potrebbe anche dire che più che l’elettorato è la sinistra stessa, troppo spesso a lasciare il cervello a casa. Per distrazione magari, ma anche no.
Claudia Svampa
La quota rosa di Mara Carfagna
 Poi parleremo di quote rosa. Perchè prima, almeno oggi, al nome di Mara Carfagna il colore che più si addice è il rosso. Rosso sulle gote, ad esempio, perchè più che di altezzosa superiorità la signora delle non pari opportunità oggi avrebbe bisogno di esibire un po' di sano senso del pudore. Quel desueto sentimento che serviva a mantenere stabili i confini tra gli onesti e i furbetti, tra la verità e la bugia, tra il presentarsi come collega del marito di un'altra e l'esserne additata quale amante.
Mara Carfagna è riuscita a collezionare, nella sua improvvisa e folgorante carriera di ministra più bella del mondo un record presso chè impossibile da emulare anche per le più ambiziose e avvenenti superfan arcorine bungabunghiste: quello di aver sdoganato l'outing a mezzo stampa non di una ma addirittura di due “cornute doc” in una manciata di anni di legislatura, entrambe signore dallo stile riservato che pure hanno reso pubblica la sua passione privata per i loro rispettivi mariti.
E nemmeno due signore di secondo piano: una la first lady Veronica Lario coniugata Berlusconi, l'altra la produttrice televisiva di lungo corso Gabriella Buontempo moglie di Bocchino. Due tipe insomma che in piazza non hanno mai messo volentieri la propria biografia ufficiale, figuriamoci la web cam della stanza da letto.
E se quest'ultima liaison di Mara Carfagna ha almeno il pregio giornalistico di metterci al riparo da ogni futura querela all'ingrosso nell'accostare il Bocchino alla Carfagna, non si può non chiedersi se per scrollarsi tanto faticosamente di dosso l'immagine chiacchierata - concomitante con il suo ingresso a Montecitorio - di sussurrata coprotagonista di intercettazioni telefoniche a luci rosse e battutine da caserma sul sesso orale, fosse proprio indispensabile lasciarsi andare ad un inciucio fedifrago con un accappatoio di cotone bianco e un collega di militanza nera di nome Bocchino...
E ora le quote rosa. Citiamo l'agenzia AGI del 9 marzo scorso: "Interventi come quello sulle quote rosa nei Cda, che ha avuto oggi un via libera importante - ha detto il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna - possono aiutare a cambiare l'immagine della donna. Questa e' l'immagine della donna che intendiamo sostenere e diffondere". Da donna a donne, ministro, è lecito nutrire qualche ragionevole sospetto e preventiva presa di distanza da quell'immagine di donna che a noi fiorisce in mente quando parlate di “sostegno” e “diffusione”?
Saremo senza dubbio tutte un po' avanti con gli anni e infinitamente meno calendarizzabili al suo cospetto, tuttavia il rosa delle sue quote ci sembra viri, vagamente, verso un rosso ruby-rubino, un rosso un pelino hot per comprenderne a pieno il concetto di pari opportunità.
Non che ognuno in camera da letto non possa fare ciò che vuole e con chi vuole, ci mancherebbe, ma così, a spanna, suonerebbe più glorioso appendersi la medaglietta del solito idraulico collaudato dalla tradizione, del personal trainer o del parquettista etnico gnocco piuttosto che bissare il sospetto di una relazione-di-sostegno maturata in ambito professionale.
Perchè poi anche le mogli ne hanno un po' le balle esauste di passare sempre per allocche ancor quando sono le prime a percepire i fastidiosi fremiti della passioncina che inebria. E alla fine scatta, inesorabile, quella vendetta trasversale e storica che rende pubblico il televoto dello sputtanamento. Questione di sopravvivenza fra impari opportunità.
Giacchè molte mogli tra i mariti altrui e il proprio - sarà l'esperienza di lungo corso – non vedono alla fin fine questo gran salto della cavallina. Avrà certamente modo di verificarlo a breve, convolando a giuste nozze, ma entrambe le categorie, a lungo andare e ad ancor più lungo convivere, finiscono sempre per lasciare tanto la tavoletta del wc alzata quanto il tubetto del dentifricio strizzato al centro. Che siedano a destra o a sinistra.
Da intriganti chef una tantum nel quotidiano sviluppano tutti una comune idiosincrasia per la spesa settimanale, i colloqui con gli insegnanti dei figli e una fastidiosa avversione per il cesto della biancheria sporca. Entrambe le categorie infine nel ménage a due hanno maggiore attitudine ad attribuire alla compagna più che una quota-rosa una una quota-parte della loro vita, e raramente, creda, è quella principale e di migliore qualità.
Ma c'è dell'altro in chi in realtà non ha un gran bisogno di quote perchè si sa quotare da sola e sapendo quanto vale sa come farlo valere.
Si chiama dignità, altro termine desueto ma incontestabilmente prezioso per scolpirsi il fisico nella migliore palestra del mondo: quella delle proprie forze, capacità e impegno, che attribuisce alle camere da letto la magia dei luoghi più attraenti e divertenti del parco giochi della vita, e non i crediti strategici da agenda lavorativa. Altrimenti come avvertiva Honorè de Balzac “una notte d'amore è un libro letto in meno”. E magari proprio quel libro in più sarebbe stato illuminante. Claudia Svampa
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